{"id":1378,"date":"2010-06-26T10:40:38","date_gmt":"2010-06-26T08:40:38","guid":{"rendered":"https:\/\/new.demartin.nexacenter.org\/?p=1378"},"modified":"2010-06-26T10:40:38","modified_gmt":"2010-06-26T08:40:38","slug":"in-difesa-delluniversita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/demartin.polito.it\/?p=1378","title":{"rendered":"&#8220;In difesa dell&#8217;Universit\u00e0&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><center><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/demartin.polito.it\/sites\/demartin.polito.it\/files\/Athena.png\" align=\"left\" border=\"0\" hspace=\"20\" width=\"200\" ><\/center> 25 Giugno 2010  <strong>I<\/strong>  Il corpo accademico continua ad essere smarrito e silenzioso. \u00c8 come un pugile frastornato: non reagisce ai colpi che vengono inferti all\u2019Universit\u00e0 \u2013 e dunque innanzi tutto a chi in essa vive e la fa vivere \u2013 da una campagna carica di disprezzo e di irrisione e da una serie di atti governativi devastanti (ampiamente condivisi, nella sostanza ispiratrice, anche dall\u2019opposizione). Continua a subirli in silenzio, rannicchiato su se stesso. Non ha mai trovato le forme collettive di una reazione.  Qualcuno ha paragonato l\u2019Universit\u00e0 italiana di oggi alle Signorie del Cinquecento, che si rivolsero alle potenze straniere perch\u00e9 non sapevano risolvere i loro problemi. Ma l\u2019immagine pi\u00f9 propria \u00e8 quella di una colonna di prigionieri stracciati e dagli occhi vuoti, che strascicano i piedi sotto il controllo di poche guardie armate.   (<a href=\"http:\/\/demartin.polito.it\/indifesauniversita\">continua<\/a>) <!--break-->  Nel cap. 18 del Genesi si narra di come Dio si lasci\u00f2 impietosire da Abramo promettendogli che avrebbe salvato Sodoma se si fossero trovati almeno dieci giusti. Il senso del racconto \u00e8 chiaro: qualunque \u201cluogo\u201d pu\u00f2 essere salvato da una minoranza. Anche l\u2019Universit\u00e0, dove i giusti sono certamente pi\u00f9 di dieci. La sanior pars del corpo accademico, per\u00f2, non ci crede pi\u00f9. Le colpe per le malefatte di molti, nel corso almeno delle ultime generazioni, pesano come un macigno. \u00c8 inutile nasconderlo. La paralisi politica di tanti studiosi di valore deriva da un senso di fatalit\u00e0 di fronte a un castigo collettivo percepito come inevitabile e, in fondo, giusto.  Ma chi ha finora giustamente operato non deve sentirsi oppresso e condannato irrimediabilmente all\u2019impotenza da questo senso di colpa collettivo. E non deve nemmeno rassegnarsi a quelle componenti vili del mondo universitario che pensano basti piegarsi, come il giunco sotto la piena, perch\u00e9 nulla in sostanza muti. Con questa rassegnazione la miglior parte del corpo accademico \u2013 che non teme nessuna valutazione e nessun confronto scientifico \u2013 legittima le ragioni del disprezzo di cui esso \u00e8 investito, e contribuisce con le sue stesse mani a corrompere la figura dell\u2019Universit\u00e0 italiana di fronte alla comunit\u00e0 scientifica internazionale. La prima internazionalizzazione che noi stessi avalliamo \u00e8 quella del nostro disprezzo.    Per altro \u00e8 assurdo che, nonostante i comportamenti perversi di molti, invece di estirpare il male si voglia uccidere il malato. Altrettanto assurdo \u00e8 non riconoscere che le responsabilit\u00e0 dei mali dell\u2019universit\u00e0 coinvolgono non solo il corpo docente ma vanno imputate anche, e in misura non minore, ai vari dicasteri preposti all\u2019universit\u00e0 nell\u2019ultimo ventennio. E non ci risulta che il MIUR riceva sanzioni a causa del proprio precedente operato.  \u00c8 doveroso e necessario reagire. L\u2019effetto congiunto del ddl cd. Gelmini, della manovra finanziaria \u2013 che va ad aggiungersi a quella avviata nel 2008, sotto il profilo dei tagli e dei sottofinanziamenti \u2013 e della protesta dei ricercatori aprono uno scenario nel quale il corpo accademico non pu\u00f2 pi\u00f9 rimanere inerte e affidarsi al senso di responsabilit\u00e0 che, in una logica bottom up, si confida finir\u00e0 per prevalere nel Governo, che non potr\u00e0 (si dice) chiudere le universit\u00e0 per asfissia e fame. Il che \u00e8 assolutamente contraddetto dal fatto che la strategia \u201caffamare la bestia\u201d \u00e8 ben consapevole e meditata.  E c\u2019\u00e8 un motivo morale per reagire: non possiamo nasconderci dietro i magistrati, i ricercatori o la protesta del personale tecnico-amministrativo, che vede colpiti i propri bassi redditi al di fuori di ogni equit\u00e0: non possiamo affidare ad altri la pressione sociale necessaria per invertire la rotta. Il corpo accademico deve, per quanto riguarda l\u2019Universit\u00e0, farsi \u201cclasse generale\u201d e assumere su di s\u00e9 la responsabilit\u00e0 per il futuro di tutto il mondo universitario, compresi \u2013 s\u2019intende \u2013 gli studenti e il personale tecnico amministrativo.  Per invertire la rotta \u00e8 necessario partire dalla questione fondamentale, e suscitare una discussione che la sottragga alle misere secche in cui \u00e8 stata costretta dall\u2019arroganza di alcuni e dalla rassegnazione di molti.  <strong>II<\/strong>  La minaccia all\u2019autonomia dell\u2019Universit\u00e0, fondata sull\u2019accusa di autoreferenzialit\u00e0 e disfunzionalit\u00e0 sociale ed economica, nasce da una visione organicistica e totalitaria, che non tollera corpi e funzioni autonomi n\u00e9 nello stato n\u00e9 nella societ\u00e0. C\u2019\u00e8 perfetta coerenza tra l\u2019attacco all\u2019Universit\u00e0 e l\u2019attacco alla magistratura. Il secondo \u00e8 fondato sull\u2019idea che il potere si concentri tutto nell\u2019esecutivo in quanto espressione del voto popolare, mentre il primo \u00e8 fondato sulla riduzione all\u2019unico principio della funzionalit\u00e0 tecnico-economica. Queste tendenze stanno in singolare contrasto con la rivendicazione delle autonomie territoriali e del principio di sussidiariet\u00e0, un contrasto che si risolver\u00e0 facilmente quando quella rivendicazione mostrer\u00e0 tutto il suo carattere illusorio.  Il primo difetto di ogni concezione organicistica \u00e8, come dimostra l\u2019esperienza storica, la tendenza all\u2019implosione. Cos\u00ec la mancanza di autonomia della magistratura produce disordine nell\u2019esercizio del potere politico, che non pu\u00f2 svolgersi correttamente proprio perch\u00e9 privo di controlli. Analogamente con la mancanza di autonomia della ricerca e della cultura viene meno l\u2019alimento e la possibilit\u00e0 di progresso tecnico ed economico. L\u2019autonomia delle diverse sfere \u00e8 infatti la condizione di possibilit\u00e0 del reciproco sostegno e incremento.  In un suo tardo corso di lezioni Schelling scriveva: \u00abProprio per il motivo per il quale da taluno vengono rimproverate le Universit\u00e0, di tenere cio\u00e8 il giovane in uno stato di troppo grande astrazione rispetto al mondo (come se egli non esigesse proprio questo, che gli vengano garantiti in forma serena e non turbata lo sviluppo e la formazione delle sue capacit\u00e0 spirituali), proprio per questo le nostre Universit\u00e0 sono organismi ordinati, degni di essere mantenuti e degni di gloria\u00bb. Non pu\u00f2 non colpire il fatto che queste parole (che non sono una richiesta ma la constatazione dello stato di fatto) siano pronunciate nel 1841 a Berlino: la monarchia assoluta prussiana era capace di garantire quell\u2019autonomia delle Universit\u00e0 che le nostre democrazie non sono pi\u00f9 in grado di garantire. Certo si pu\u00f2 dire che un potere politico forte \u00e8 in grado di offrire queste garanzie di autonomia, ma non si pu\u00f2 nemmeno ignorare che la sua forza deriva anche dalla sua capacit\u00e0 di offrirle.  Nella prima pagina della sua Storia della filosofia Abbagnano sottolineava (ed \u00e8 una cosa che ripeteva spesso a lezione) che, secondo una tradizione risalente ad Erodoto, la matematica \u00absarebbe nata in Egitto per la necessit\u00e0 di misurare la terra e spartirla tra i suoi proprietari dopo le periodiche inondazioni del Nilo\u00bb conservando cos\u00ec \u00abun carattere pratico, completamente diverso dal carattere speculativo e scientifico che queste dottrine rivestirono presso i Greci\u00bb. Di questa differenza era consapevole Platone quando contrapponeva \u00abla passione di apprendere che si potrebbe attribuire particolarmente al nostro paese\u00bb all\u2019\u00abamore del denaro [\u2026] che si riscontra fortissimo presso i Fenici e gli Egizi\u00bb (Repubblica, 435 e).  Sta di fatto che il primato dell\u2019interesse pratico ed economico non ha prodotto quello sviluppo della scienza che la speculativit\u00e0 greca ha prodotto consegnandolo all\u2019occidente e rendendo possibile uno sviluppo economico e tecnologico che altre tradizioni, pi\u00f9 pratiche, non hanno conosciuto. \u00c8 ben noto come, anche successivamente, lo sviluppo scientifico abbia conosciuto un particolare incremento quando il sapere si \u00e8 sottratto alla sua funzionalizzazione religiosa, sociale e politica. Comprimere la ricerca pura in nome di una qualsivoglia destinazione del sapere significa bloccarne la crescita. Scoperte e innovazioni sono possibili se si \u00e8 aperti a qualsiasi esito della ricerca, mentre esse sono fortemente inibite quando la finalit\u00e0 \u00e8 sempre  gi\u00e0 predeterminata dall\u2019esigenza di un utilizzo economicamente e tecnicamente produttivo dei suoi esiti.  Jean-Fran\u00e7ois Lyotard, nel suo famosissimo La condizione postmoderna \u2013 volume che nacque come un Rapporto sul sapere nelle societ\u00e0 pi\u00f9 sviluppate, richiesto dal Consiglio universitario del Governo del Quebec (altri stili, altri cervelli&#8230;) \u2013 scrive: \u00abL\u2019espansione della scienza non si produce attraverso il positivismo dell\u2019efficienza. Al contrario: lavorare alla prova significa ricercare e \u201cinventare\u201d il contro-esempio, vale a dire ci\u00f2 che \u00e8 intelligibile; lavorare all\u2019argomentazione significa ricercare il \u201cparadosso\u201d e legittimarlo attraverso nuove regole del gioco del ragionamento. In entrambi i casi l\u2019efficienza non viene ricercata per se stessa: essa viene per eccesso, a volte tardi, quando i finanziatori si interessano finalmente al caso\u00bb. Ma noi non abbiamo finanziatori-osservatori attenti; abbiamo solo la miopia di chi concepisce l\u2019Universit\u00e0 come luogo in cui praticare l\u2019outsourcing di funzioni aziendali, scaricandone il costo sui rottami del sistema pubblico.  L\u2019immediata destinazione applicativa della scienza fornisce un potente impulso alla demolizione dell\u2019autonomia della ricerca attraverso la sua parcellizzazione, che l\u2019allontana dai suoi fondamenti, cio\u00e8 dai luoghi in cui pu\u00f2 trovare i punti di contatto con gli altri saperi e le altre sfere della cultura. Non si tratta certamente di passare da un eccesso all\u2019altro disprezzando il sapere applicato, ma di non interrompere la sua connessione con la libera ricerca di base, una connessione che, sia pure in modo mediato, finisce per avere ricadute feconde sullo stesso sapere applicato. Come ha osservato Michel Henry in La barbarie, oggi l\u2019attacco all\u2019autonomia del sapere e dell\u2019Universit\u00e0 non proviene dal totalitarismo politico e neanche prevalentemente dalla sfera economica, quanto piuttosto dalla tecnocrazia, che tende ad espellere la cultura orientando ogni processo formativo all\u2019acquisizione di abilit\u00e0 tecniche senza riguardo agli effetti negativi che cos\u00ec si producono sullo sviluppo di queste stesse abilit\u00e0. Possiamo facilmente constatare come la cultura venga tendenzialmente ridotta a momento ludico-distensivo, spettacolare e consumistico. La parcellizzazione del sapere danneggia poi quel che resta della ricerca di base. Essa si arricchisce infatti della reciproca relazione fra le diverse scienze e le diverse sfere della cultura: idee estetiche o filosofiche, per fare un esempio, possono ispirare nuovi modelli scientifici e viceversa. Sappiamo benissimo che l\u2019unit\u00e0 del sapere resta un ideale, ma \u00e8 molto diverso tenerlo come stella polare o abbandonarlo. Il mantenimento di \u00abuno spirito comune scientifico\u00bb \u00e8 e resta, come gi\u00e0 Schelling auspicava, una delle missioni fondamentali dell\u2019Universitas.  Non va poi trascurata l\u2019enorme funzione formativa che pu\u00f2 avere una convergenza dei saperi per superare le schizofrenie dell\u2019uomo contemporaneo. Ci\u00f2 che \u00e8 in gioco \u00e8 la ricchezza e la profondit\u00e0 dello spirito personale, che da un lato sono un valore in s\u00e9 e dall\u2019altro sono le condizioni per l\u2019innovazione e la crescita del sapere, anche di quello tecnico. Purtroppo non ci si avvede di come una civilt\u00e0 tecnocratica \u2013 di cui un\u2019universit\u00e0 tecnocratica \u00e8 una componente decisiva \u2013 si avvii verso \u201cla barbarie\u201d di cui parla Henry. Occorre allora sostenere l\u2019autonomia e la tendenziale unit\u00e0 del sapere come dimensioni che devono sempre accompagnare qualsiasi formazione universitaria per quanto essa possa e debba essere orientata alla professionalizzazione. E non si deve avere paura di ci\u00f2 che immediatamente appare disfunzionale o ritardante rispetto alla velocit\u00e0 dei processi tecnologici e in generale della dimensione applicativa riconoscendo che nella crescita del sapere ci\u00f2 che \u00e8 immediatamente disfunzionale pu\u00f2 diventare ci\u00f2 che \u00e8 alla lunga pi\u00f9 funzionale.  La delegittimazione di questa Universit\u00e0, cui hanno certo contribuito anche comportamenti scorretti delle sue componenti, \u00e8 un passaggio decisivo verso la sconfitta dell\u2019Occidente nel processo di globalizzazione, una sconfitta che non \u00e8 deprecabile tanto per la perdita di egemonia che essa comporta quanto piuttosto per l\u2019estremo impoverimento umano che porta con s\u00e9. Un impoverimento conseguente al decadimento di un ideale di universalit\u00e0 del sapere che \u00e8, nonostante tutto, da sempre proprio della cultura occidentale.  Questa difesa della tradizione universitaria non \u00e8 una semplice riproposizione del modello humboldtiano, ma \u00e8 il tentativo di riconoscere nell\u2019autonomia della ricerca una ricchezza effettiva del paese, un patrimonio il cui significato e valore non pu\u00f2 essere commisurato sulla base di un ritorno effettivo a breve scadenza, e che tuttavia pu\u00f2 essere commisurato e valutato in modo adeguato.  Investire nell\u2019universit\u00e0 non costituisce affatto, da questo punto di vista, un modo di dissipare risorse che, utilizzate altrove, fruttificherebbero in modo pi\u00f9 significativo. Investire sul sapere significa riconoscere e riconoscersi una sorta di capacit\u00e0 di programmare sul medio e lungo termine che \u00e8 testimone della forza delle istituzioni statuali di un paese. E non \u00e8 improbabile che la stessa debolezza congenita della nostra Universit\u00e0 dipenda da un\u2019altra altrettanto congenita debolezza delle nostre istituzioni politiche che vivono in uno stato di assoluta precariet\u00e0; che possono subire, come un\u2019invasione, la presenza di una parte politica o dell\u2019altra senza aver la capacit\u00e0 di mantenere un indirizzo autonomo.  A questo proposito bisogna chiedersi: com\u2019\u00e8 possibile che un Ministero condanni (non solo orienti a un diverso indirizzo, come \u00e8 ovviamente legittimo, ma rinneghi nella loro sostanza, in riferimento ad istituzioni che godono di un\u2019autonomia costituzionalmente protetta) le proprie precedenti politiche dopo che si sono modificate le maggioranze di governo? Gli organi dell\u2019Amministrazione centrale da cui dipende la vita di istituzioni costituzionalmente garantite non dovrebbero essere relativamente autonomi dal conflitto politico? Non ci si rende conto che immergendoli in quest\u2019ultimo le si disintegra e si produce un disorientamento gravissimo nell\u2019ambito di coloro che devono fare istituzionalmente riferimento alle loro direttive? Se lo stesso Ministero riconosce come radicalmente sbagliati i propri precedenti comportamenti, questo potrebbe valere anche per il futuro, in occasione di un ulteriore cambio di guida politica. Un andamento di questo genere produrrebbe (se non ha gi\u00e0 prodotto) un totale scetticismo nei confronti delle istituzioni, una disaffezione nei loro confronti da parte dei cittadini, degli utenti e dei loro dipendenti. E ben difficilmente la disaffezione e lo scetticismo producono l\u2019efficienza che oggi tanto si auspica.  Si tratta invece di cogliere la genesi dei mali dell\u2019universit\u00e0 per indirizzare meglio, e cio\u00e8 in modo oculato e differenziato, pi\u00f9 e non meno risorse. Questo significa per esempio interrogarsi non solo sull\u2019andamento dell\u2019Universit\u00e0 ma su quello dei nostri istituti di ricerca in generale. Ora l\u2019Italia \u00e8 forse l\u2019unico paese in Europa che abbia incanalato tutte o quasi tutte le risorse della ricerca nell\u2019Universit\u00e0. Questo significa che il tracollo dell\u2019Universit\u00e0 produrrebbe il totale tracollo della ricerca italiana che non pu\u00f2 contare su istituzioni come la Max Planck Gesellschaft tedesca o il CNRS francese. Che questo paese non sia stato mai in grado di pensare davvero che la ricerca sia un valore in s\u00e9 \u00e8 dimostrato anche dalla quasi totale assenza di strutture di pura ricerca, che potrebbero interagire con l\u2019Universit\u00e0 contrastando la tendenza a finalizzare la sua attivit\u00e0 di ricerca esclusivamente alla professionalizzazione. \u00c8 sulla base di questa mentalit\u00e0, che favorisce la parcellizzazione del sapere, e sulla spinta delle istituzioni locali che si \u00e8 creata un\u2019eccessiva proliferazione di sedi decentrate (ancor pi\u00f9 che di atenei). Non era meglio sviluppare centri di ricerca autonomi, pi\u00f9 attrezzati e pi\u00f9 efficienti quanto alle loro finalit\u00e0, rispetto a molte sedi periferiche? In questo modo si sarebbe perseguita quell\u2019\u201ceccellenza\u201d di cui tanto si parla senza produrre i guasti attuali. In questo modo forse avremmo ancora ventenni e trentenni che percorrono con entusiasmo le vie della ricerca, e non quel panorama tristissimo di giovani ricercatori senza prospettive (e disillusi quanto i loro professori) che abbiamo dinanzi. Su questa via si potrebbe procedere senza produrre tracolli e senza aggravare i bilanci, ma anzi arricchendo il panorama delle istituzioni culturali del nostro paese. Non si potrebbe orientare gradualmente il cammino, senza traumi, proprio in questa direzione?  Ora \u00e8 chiaro che produrre il tracollo dell\u2019Universit\u00e0 con i tagli attuali significa far crollare non solo l\u2019istituzione didattica che va sotto questo nome ma anche l\u2019unica (o quasi) struttura pubblica dedicata alla ricerca. Ed \u00e8 ben evidente che una didattica che non venga sostenuta dalla ricerca produce stanche e disinformate ripetizioni da parte di un personale docente umiliato che si sentir\u00e0 sempre pi\u00f9 indotto a svolgere i propri compiti per puro dovere di firma. C\u2019\u00e8 modo di procedere diversamente aumentando semmai finanziamenti da sempre largamente insufficienti, con una distribuzione delle risorse fondata soprattutto sul merito scientifico, con un\u2019incentivazione anche economica che faccia riferimento a questi parametri. Occorre dunque spendere per valutare e per valutare bene. Con gli attuali criteri si ottengono valutazioni ancora troppo vaghe.  Si tratta di creare un corpo docente convinto dei propri compiti e orgoglioso dell\u2019istituzione in cui lavora e che sia dunque fermamente determinato e incentivato a rappresentarla secondo uno spirito di servizio e di correttezza. \u00c8 ben evidente, per finire, che i tagli sugli stipendi produrranno l\u2019esatto contrario: la ricerca di compensazioni economiche e d\u2019immagine al di fuori dell\u2019universit\u00e0 e l\u2019inclinazione a fare il minimo indispensabile.  <strong>III<\/strong>  Alla luce a) di queste gravissime preoccupazioni che coinvolgono non solo i tagli previsti ma anche le indicazioni quanto mai caotiche relative al nuovo assetto dei Dipartimenti e delle Facolt\u00e0, b) delle facilmente prevedibili difficolt\u00e0 di carriera in cui verranno a trovarsi gli attuali ricercatori, e c) del prevedibile perpetuarsi sine die del precariato per chi si avvia alla carriera accademica, si propone ai Colleghi di riflettere su iniziative di protesta quali: \u2013 Sciopero di tutto il personale docente dell\u2019Universit\u00e0; \u2013 Sospensione delle sessioni di esami ivi comprese quelle di laurea; \u2013 Rinvio dell\u2019inizio delle lezioni.   Alessandra Algostino (Univ. di Torino), Franco Algostino (Politecnico di Torino), Cesare Alippi (Politecnico di Milano), Umberto Allegretti (Univ. di Firenze), Roberta Aluffi (Universit\u00e0 di Torino), Vittorio Angiolini (Univ. Statale Milano), Vincenzo Atripaldi (Univ. Roma La Sapienza), Gaetano Azzariti (Univ. Roma La Sapienza), Enzo Balboni (Univ. Milano Cattolica), Vincenzo Baldini (Univ. di Cassino), Renato Balduzzi (Univ. del Piemonte Orientale), Aldo Bardusco (Univ. 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Roma La Sapienza), Francesco Cerrone  (Univ. di Perugia), Sergio Chiarloni (Univ. di Torino), Pierluigi Chiassoni (Univ. di Genova), Claudio Ciancio (Univ. del Piemonte Orientale), Paolo Comanducci (Univ. di Genova), Pasquale Costanzo (Univ. di Genova), Gianluca Cuniberti (Univ. di Torino), Antonio D\u2019Andrea (Univ. di Brescia), Gian Candido De Martin (LUISS Roma), Gianmario Demuro (Univ. di Cagliari), Eva Desana (Politecnico di Torino), Alfonso Di Giovine (Univ. di Torino), Guerini D\u2019Ignazio (Universit\u00e0 della Calabria), Gianpiero di Plinio (Univ. di Chieti Pescara), Mario Dogliani (Univ. di Torino), Adriano Fabris (Universit\u00e0 di Pisa), Giovanni Ferretti (Univ. di Macerata), Paolo Ferrua (Univ. di Torino), Massimo Firpo (Univ. di Torino), Simona Forti (Univ. del Piemonte Orientale), Lia Fubini (Univ. di Torino), Carlo Gentili (Univ. di Bologna), Elio Giamello (Univ. di Torino), Silvia Giorcelli (Univ. di Torino), Sergio Givone (Univ. di Firenze), Ettore Gliozzi (Univ. di Torino), Enrico Grosso Univ. di Torino), Riccardo Guastini (Univ. di Genova), Giancarlo Jocteau (Univ. di Torino), Davide Lovisolo (Univ. di Torino), Adriana Luciano (Univ. di Torino), Joerg Luther (Univ. del Piemonte Orientale), Elena Malfatti (Univ. di Pisa), Roberto Mancini (Univ. di Macerata), Enrico Marello (Univ. di Torino), Franco Marenco (Univ. di Torino), Emilio Matricciani (Politecnico di Milano), Gianni Mignone (Univ. di Torino), Giuseppe Morbidelli (Universit\u00e0 di Roma La Sapienza), Maurizio Mori (Univ. di Torino), Angelo Morzenti (Politecnico di Milano), Giuseppe Nicolaci (Univ. di Palermo), Romano Orr\u00f9 (Univ. di Teramo), Maurizio Pagano (Univ. del Piemonte Orientale), Anna Painelli (Univ. di Parma), Enrico Pasini (Univ. di Torino), Ugo Perone (Univ. del Piemonte Orientale), Barbara Pezzini (Univ. di Bergamo), Roberto Pinardi (Univ. di Modena e Reggio Emilia), Stefano Poggi (Univ.di Firenze), Michele Prospero (Roma La Sapienza), Luigi Quartapelle (Politecnico di Milano), Alberto Redaelli (Politecnico di Milano), Saverio Regasto (Univ. di Brescia), Marco Revelli (Univ. del Piemonte Orientale), Sergio Roda (Univ. di Torino), Alberto Ronco (Univ. di Torino), Ferdinando Rossi (Univ. di Torino), Luigi Ruggiu (Univ. di Venezia), Marco Ruotolo (Univ. 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Per aderire si prega di scrivere a:  a Claudio Ciancio (claudio.ciancio@fastwebnet.it)  o Mario Dogliani (mario.dogliani@unito.it)  o Federico Vercellone (federico.vercellone@unito.it).  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