{"id":1445,"date":"2024-10-01T11:48:07","date_gmt":"2024-10-01T09:48:07","guid":{"rendered":"https:\/\/new.demartin.nexacenter.org\/?p=1445"},"modified":"2024-10-01T11:48:07","modified_gmt":"2024-10-01T09:48:07","slug":"senza-futuro-il-ruolo-delluniversita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/demartin.polito.it\/?p=1445","title":{"rendered":"&#8220;Senza futuro. Il ruolo dell\u2019Universit\u00e0&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><em>Pubblico il mio contributo (leggermente rivisto) al <a href=\"https:\/\/www.mulino.it\/isbn\/9788815386885\">rapporto Italia Decide 2023 &#8220;La conoscenza nel tempo della complessit\u00e0. Educazione e formazione nelle democrazie del XXI secolo&#8221;<\/a>. <\/p>\n<p> Versione PDF disponibile <a href=\"https:\/\/demartin.polito.it\/sites\/demartin.polito.it\/files\/Article-De Martin-Quale universita\u0300 nella societa\u0300 della complessita\u0300-ItaliaDecide-2023-EVOLUTO.pdf\">qui<\/a>.<\/em> <br \/> <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/demartin.polito.it\/sites\/demartin.polito.it\/files\/Cover-ItaliaDecide.png\" width=\"200\"> <\/p>\n<p> <b><big>Senza futuro. Il ruolo dell\u2019Universit\u00e0<\/big><\/b> <\/p>\n<p> <em>Juan Carlos De Martin<\/em> <\/p>\n<blockquote><p>\u201cLa vita \u00e8 fatta di correnti che scorrono a velocit\u00e0 diverse: alcune [\u2026] mutano di giorno in giorno, altre di anno in anno, altre di secolo in secolo\u201d <br \/> <em>Fernand Braudel, \u201cStoria, misura del mondo\u201d (Il Mulino)<\/em> <\/p><\/blockquote>\n<p> <b>Ritornare a pensare ai tempi della storia<\/b> <\/p>\n<p> Chi pensa a qualunque istituzione, ma in particolare all\u2019Universit\u00e0, dovrebbe riuscire a metterne a fuoco la tessitura storica. Con questa espressione intendo \u2013 nel solco di Fernand Braudel \u2013 la compresenza delle lunghezze d\u2019onda di tre diversi tempi storici: le lunghezze d\u2019onda corte degli eventi quotidiani, quelli che riempiono le circolari ministeriali e i media; le onde medie, legate ai cambiamenti che si misurano in anni e lustri, come quelli legati alle riforme legislative e ai cicli economici; e infine le onde lunghe, legate alle mutazioni profonde della storia, che hanno il respiro delle generazioni, se non dei secoli. <\/p>\n<p> Chi vuole pensare seriamente a qualsiasi istituzione dovrebbe avere la sensibilit\u00e0 per questa sovrapposizione di tempi storici di diversa natura, sensibilit\u00e0 che oggi \u00e8 particolarmente importante dal momento che viviamo in un tempo \u201csenza storia\u201d, come l\u2019ha definito Adriano Prosperi. <\/p>\n<p> \u00c8 importante perch\u00e9 chi presta attenzione solo alle onde corte e forse un po\u2019 alle medie, ovvero chi vive solo nel presente o poco pi\u00f9 rischia di rimanere cognitivamente miope. Rischia di reagire \u2013 anche se magari con grande abilit\u00e0 \u2013 solo alle cose molto vicine, le uniche su cui tende a concentrare l\u2019attenzione. Evita le buche, coglie i frutti, risponde a chi gli si para davanti, riesce a decidere di correre fino in fondo alla via o a saltare determinati ostacoli. Tuttavia, riuscendo solo sporadicamente ad alzare lo sguardo, segue perlopi\u00f9 un sentiero di cui ha quasi dimenticato l\u2019origine e che non sa pi\u00f9 bene dove conduca. Sempre in metafora, non vede bene n\u00e9 le nubi all\u2019orizzonte, n\u00e9 pensa a che cosa ci potrebbe essere oltre alla foresta, o al deserto, che sta attraversando in questo momento. Tutto \u00e8 nel presente: si ottimizza una qualche funzione di opportunit\u00e0 su un intervallo di tempo che molto spesso si limita all\u2019anno in corso o al massimo a pochi anni nel futuro. Tenere in considerazione intervalli pi\u00f9 lunghi non interessa, proprio come ormai da molto tempo non interessa pi\u00f9 alla politica e all\u2019economia <\/p>\n<p> \u00c8 necessario contrastare questo predominio del presente tornando a pensare ai decenni e alle generazioni. Lo sguardo lungo deve tornare a influenzare come pensiamo a qualsiasi attivit\u00e0, a qualsiasi progetto, a qualsiasi istituzione. Solo tornando a pensare sistematicamente ai tempi medi e lunghi potremmo poi tornare ad agire in maniera compatibile col fatto che i viventi sono solo dei garanti di un mondo che hanno ricevuto da chi li ha preceduti e che dovranno trasmettere, possibilmente migliorato, a chi verr\u00e0 dopo. <\/p>\n<p> Pensare a ci\u00f2 che \u00e8 stato e a ci\u00f2 che si \u00e8 stati, sforzarsi di leggere la profondit\u00e0 storica del mondo in cui si vive, ovvero, provare a sintonizzarsi sulle onde medie e lunghe della storia, aiuta ad affiancare alla pur indispensabile destrezza con cui si deve affrontare il contingente, la capacit\u00e0 di capire da dove si viene e dove si vuole andare, consapevoli di un contesto di cui le onde lunghe della storia stanno impercettibilmente &#8211; ma inesorabilmente e incessantemente &#8211; cambiando i connotati. <\/p>\n<p> Quanto abbiamo appena detto vale per tutte le istituzioni, ma vale in modo particolare per l\u2019Universit\u00e0. <\/p>\n<p> Innanzitutto, perch\u00e9 l\u2019Universit\u00e0 occidentale ha quasi mille anni di storia; \u00e8 l\u2019unica istituzione medievale, oltre alla Chiesa, arrivata fino ad oggi. Pensare seriamente all\u2019Universit\u00e0, quindi, richiede la conoscenza delle innumerevoli metamorfosi che l\u2019istituzione ha avuto nel corso dei secoli al mutare del contesto politico, economico, religioso e culturale. <\/p>\n<p> In secondo luogo, perch\u00e9 potremmo dire che la missione dell\u2019Universit\u00e0 \u00e8 per definizione quella di connettere le generazioni passate con le generazioni che devono ancora nascere &#8211; \u201cto connect the dead to the unborn\u201d, per usare le parole di Bruce Sterling. Preservare la conoscenza, curarla, interpretarla, insegnarla essendo consapevoli di essere stati preceduti da molte generazioni di studenti, professori, studiosi, bibliotecari, archivisti, tecnici, amministrativi, ecc. Generazioni precedenti a cui essere grati per il patrimonio che si \u00e8 ricevuto da loro, patrimonio di cui si \u00e8 ora garanti, con l\u2019obiettivo di trasmetterlo migliorato alle generazioni future. <\/p>\n<p> In terzo luogo, nessuna istituzione ha al suo interno altrettante competenze per poter dipanare la tessitura temporale dell\u2019esistente. Non solo grazie agli storici, per quanto essenziali, ma in linea di principio grazie a tutte le discipline coltivate in Universit\u00e0, perch\u00e9 tutte sono necessarie per comprendere il passato, il presente e le potenzialit\u00e0 del futuro. Questa capacit\u00e0 di lettura della realt\u00e0 comporta un dovere di mettere questa capacit\u00e0 al servizio della societ\u00e0, oltre che dell\u2019Universit\u00e0 stessa. <\/p>\n<p> <b>L\u2019 Universit\u00e0 nella Grande Accelerazione<\/b> <\/p>\n<p> Fatta questa premessa generale, concentriamoci ora su una specifica cesura storica che dovrebbe figurare in maniera prominente in qualsiasi riflessione sul futuro. Facciamo riferimento al 1945, ovvero alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Naturalmente tutti sono consapevoli che quell\u2019anno ha rappresentato una discontinuit\u00e0 di grande portata storica, ma al 1945 sono legati tre fenomeni che, sebbene siano indispensabili per pensare al futuro, sono ancora relativamente poco compresi e discussi. <\/p>\n<p> <!--break--> Partiamo dal primo fenomeno. La fine del secondo conflitto mondiale rappresenta non solo l\u2019inizio di un nuovo assetto internazionale, che durer\u00e0 fino alla dissoluzione dell\u2019URSS, ma anche e soprattutto l\u2019inizio di un periodo storico senza precedenti nella storia dell\u2019umanit\u00e0.  Negli anni immediatamente seguenti al 1945, infatti, inizia quella che numerosi studiosi hanno chiamato <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/storia\/storia-moderna\/la-grande-accelerazione-peter-engelke-9788806226817\/\">la Grande Accelerazione<\/a>. Con questa espressione si fa riferimento agli enormi cambiamenti che hanno avuto luogo a causa della presenza umana sul pianeta negli ultimi 75 anni. Per dare qualche numero, nell\u2019arco di appena tre generazioni umane, la popolazione mondiale \u00e8 cresciuta del 350%, passando da circa 2,3 a oltre 8 miliardi di esseri umani. Il numero di veicoli a motore \u00e8 aumentato da 40 milioni a 1,4 miliardi. Gli abitanti delle citt\u00e0 sono passati da circa 700 milioni a 4,4 miliardi. Tre quarti dell\u2019anidride carbonica introdotta nell\u2019atmosfera da attivit\u00e0 umane da quando esiste l\u2019umanit\u00e0 \u00e8 stata introdotta dopo il 1945. Se nel 1950 veniva prodotto un milione di tonnellate di plastica, oggi le tonnellate prodotte sono diventate 400 milioni all\u2019anno, e continuano a crescere.  Sempre nello stesso arco di tempo, la quantit\u00e0 di azoto sintetizzato (soprattutto per la produzione di fertilizzanti) \u00e8 salita da meno di 4 milioni a oltre 123 milioni di tonnellate. Insomma, nell\u2019arco di una singola vita umana ha avuto luogo il periodo storico pi\u00f9 anomalo in assoluto dei 200.000 anni di relazioni tra la nostra specie e la biosfera. \u00c8 un periodo storico che in molti chiamano Antropocene perch\u00e9 l\u2019agire umano \u00e8 diventato il pi\u00f9 importante fattore che influenza tre cruciali cicli biogeochimici, ovvero, il ciclo del carbone, il ciclo dello zolfo e il ciclo dell\u2019azoto. Questi cicli contribuiscono in maniera importante a formare quello che viene chiamato il \u201cSistema Terra\u201d, un insieme di processi su scala globale connessi tra loro. Ma non si tratta solo di esplosione della produzione di artefatti, di aumento drastico dell\u2019inquinamento o di moltiplicazione della popolazione. La complessit\u00e0 \u00e8 aumentata anche a livello politico, basti pensare che gli stati internazionalmente riconosciuti sono raddoppiati, da circa cento a circa duecento. E all\u2019interno di molti stati, l\u2019esplosione dei mezzi di comunicazione, anche individuali, oltre a cambiamenti sociali come il passaggio dalla societ\u00e0 industriale fordista a una societ\u00e0 basata sui servizi, hanno aumentato la complessit\u00e0 sociale portandola a livelli mai riscontrati in precedenza. <\/p>\n<p> Di questa Grande Accelerazione, nei suoi vari aspetti, non abbiamo ancora una consapevolezza sufficiente, probabilmente perch\u00e9 molto recente dal punto di vista storico. A maggior ragione non abbiamo messo bene a fuoco le sue implicazioni, tra cui il fatto che la Grande Accelerazione non potr\u00e0 assolutamente continuare con le stesse tendenze di questi ultimi quasi 80 anni pena il collasso dell\u2019umanit\u00e0. <\/p>\n<p> Chi pensa all\u2019Universit\u00e0 nel XXI secolo, quindi, non pu\u00f2 non mettere al centro della riflessione la Grande Accelerazione: che cosa significa insegnare, fare ricerca, condividere conoscenza alla luce degli straordinari, e per alcuni aspetti sconvolgenti, cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi 75 anni e delle loro conseguenze, gi\u00e0 in atto o potenziali? Senza una forte consapevolezza che ci troviamo in un momento storico senza precedenti nell\u2019intera storia dell\u2019Universit\u00e0, come possiamo pensare al ruolo degli Atenei nella societ\u00e0? Come possiamo pensare a come educare gli studenti, che vivranno \u2013 anzi, che gi\u00e0 vivono \u2013 in un mondo fortemente modificato dalla Grande Accelerazione? Come identificare i problemi pi\u00f9 interessanti a cui rivolgere la nostra curiosit\u00e0 di studiosi se non abbiamo chiaro quello che \u00e8 successo al pianeta anche solo nell\u2019arco della nostra vita personale? Quali temi proporre per il dialogo coi cittadini, con le istituzioni, con la politica, con le imprese e con le organizzazioni della societ\u00e0 civile se non abbiamo una buona comprensione dell\u2019inedito quadro complessivo che si \u00e8 venuto a creare dal 1945 a oggi? <\/p>\n<p> Per rispondere in maniera convincente a queste domande, per\u00f2, dobbiamo tener conto, oltre che della Grande Accelerazione, di almeno altri due fenomeni sempre in qualche modo legati alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Anche in questo caso di tratta di processi storici con cui a mio avviso l\u2019Universit\u00e0 ha fatto solo parzialmente i conti e che, invece, chi vuole pensare al futuro dell\u2019Universit\u00e0 dovrebbe includere nelle sue riflessioni. <\/p>\n<p> <b>L\u2019 Universit\u00e0 nello sviluppo del sistema democratico<\/b> <\/p>\n<p> Innanzitutto, in molti Paesi nel secondo dopoguerra si affermano pi\u00f9 stabilmente che in precedenza sistemi politici democratici. In Italia dopo il ventennio fascista, la guerra mondiale e la Resistenza, prima si passa dalla monarchia alla Repubblica e poi viene adottata la Costituzione democratica del 1948. La discontinuit\u00e0 \u00e8 molto forte, ma in quel frangente l\u2019Universit\u00e0 italiana reagisce al passaggio alla democrazia in maniera limitata e da allora ha continuato \u2013 sia pure con lodevoli eccezioni \u2013 a dedicare poca attenzione e ancor meno energie innanzitutto al fatto che la didattica universitaria dovrebbe vedere negli studenti persone e cittadini prima ancora che futuri lavoratori. E anche la ricerca e la cosiddetta terza missione dovrebbero maggiormente tenere in considerazione il fatto che gli Atenei operano in un sistema democratico, di cui sono o dovrebbero essere, a tutti gli effetti, parte integrante. Dal 1948 abbiamo vissuto l\u2019avvento delle istituzioni Repubblicane, i partiti politici di massa, i \u201cTrent\u2019anni gloriosi\u201d, ovvero, il periodo (orientativamente 1945-1975) di grande crescita dei diritti &#8211; sia civili, sia sociali \u2013 della maggior parte dei cittadini, e poi i Quarant\u2019anni cosiddetti \u201cpietosi\u201d (dal 1980 a oggi), di forte regressione dello Stato sociale e di netta compressione dei diritti, soprattutto sociali, dei lavoratori, con relativo forte aumento delle diseguaglianze. Dal momento che la democrazia non \u00e8 riducibile alle mere forme di governo, ma richiede molto altro, tra cui istituzioni del sapere indipendenti e cittadini autonomi ed essi stessi democratici nei loro comportamenti e nelle loro aspirazioni, le Universit\u00e0 non dovrebbero sentirsi, nei limiti della loro missione (che per\u00f2 \u00e8 cruciale), attrici tra le principali del sistema democratico? Se la democrazia, inclusa quella Italiana, \u00e8 in crisi, come si dice ormai da decenni, l\u2019Universit\u00e0 non \u00e8 anch\u2019essa in qualche modo responsabile, anche solo per omissione dei suoi doveri nei confronti della democrazia? Guardando al futuro, che cosa potremmo fare in pi\u00f9 e di diverso rispetto al passato? <\/p>\n<p> <b>L\u2019Universit\u00e0 nell\u2019evoluzione geopolitica del mondo<\/b> <\/p>\n<p> Un terzo fenomeno storico da considerare a fianco della Grande accelerazione e della questione della democrazia, \u00e8 che a partire dal 1945 prende forza <a href=\"https:\/\/fazieditore.it\/catalogo-libri\/verso-un-mondo-multipolare\/\">il grandioso processo di riequilibrio del mondo<\/a>. Dopo la guerra, infatti, gli imperi europei, a partire da quello britannico, iniziano a sfaldarsi sotto la pressione di movimenti di emancipazione e di guerre di liberazione. Dopo quattro secoli di dominio europeo, diretto o indiretto, il mondo inizia a riequilibrarsi, sia pure con grandi contraddizioni e con tensioni geopolitiche non di rado acute. In questi ultimi anni il processo di riequilibrio tra aree del mondo sembra aver accelerato, in particolare l\u2019Asia sta tornando a un ruolo proporzionato alla sua popolazione e alla profondit\u00e0 e diversit\u00e0 delle sue civilt\u00e0. E oltre all\u2019Asia, anche l\u2019Africa in questi ultimi anni sembra pi\u00f9 assertiva nel voler affrancarsi definitivamente dai retaggi coloniali. Guardando a questi sviluppi con gli occhi di un cittadino del mondo non si pu\u00f2 non considerarli con favore, o quanto meno come una conseguenza naturale di una realt\u00e0 irreversibilmente mutata. La popolazione dell\u2019Asia, infatti, \u00e8 ormai circa il 60% della popolazione mondiale, mentre l\u2019Occidente (ovvero, Europa pi\u00f9 anglosfera), che a inizio \u2018900 rappresentava ancora il 30% del mondo, oggi \u00e8 sceso al 13% e si prevede che continuer\u00e0 a scendere, basta guardare alle proiezioni demografiche di due paesi importanti come Germania e Italia. In parallelo, la somma delle economie asiatiche a parit\u00e0 di potere d\u2019acquisto ha ormai superato la somma delle economie di tutto il resto del mondo, cosa che non capitava dal 1850, ovvero dal periodo delle guerre dell\u2019oppio tra Cina e Gran Bretagna. \u00c8 naturale, quindi, che l\u2019Asia si proponga come attrattore a livello mondiale, in primis nei confronti dell\u2019Africa, un continente \u2013 lo ricordiamo \u2013 con una superficie pari a tre volte quella dell\u2019Europa, una popolazione che gi\u00e0 oggi \u00e8 il doppio di quella europea (e prevista in ulteriore, forte crescita), e una ricchissima dotazione di risorse naturali. <\/p>\n<p> A fronte di questa evoluzione di lungo periodo l\u2019Occidente manda a volte segnali di non voler necessariamente dare il benvenuto a un mondo meno sbilanciato, ovvero un mondo tendenzialmente multipolare. Le spese militari, per citare solo un fattore, rimangono fortemente asimmetriche: i paesi del G7, infatti, spendono complessivamente pi\u00f9 del quadruplo dei paesi BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (1.447 miliardi di dollari contro 343 miliardi di dollari), nonostante che la loro popolazione sia meno di un quarto di quella dei paesi BRICS. Anche a questo riguardo l\u2019Universit\u00e0 dovrebbe migliorare \u2013 sia con la didattica, sia con la ricerca \u2013 non solo la consapevolezza del processo epocale che ha preso l\u2019avvio con la fine del secondo conflitto mondiale, ma anche lo studio della situazione attuale e dei possibili sviluppi futuri. Sviluppi peraltro inevitabilmente intrecciati con le conseguenze della Grande Accelerazione: a livello internazionale come affrontare, per esempio, l\u2019inquinamento prodotto durante gli ultimi 75 anni (ad esempio l\u2019anidride carbonica immessa nell\u2019atmosfera, in larga parte, dai paesi ricchi occidentali) con quello prodotto oggi e nei prossimi anni (per esempio l\u2019anidride carbonica prodotta in quota crescente da paesi come Cina, India e, in prospettiva, l\u2019Africa)? Come conciliare la giusta ambizione di molti paesi di vivere con uno stile di vita analogo al nostro (anche se auspicabilmente con meno inquinamento e meno sprechi) con la salute del Pianeta su cui tutta l\u2019umanit\u00e0, presente e futura, deve vivere? La Grande Accelerazione (e tutto ci\u00f2 che l\u2019ha preceduta) ha beneficiato soprattutto i paesi ricchi, ma con conseguenze negative che hanno toccato tutta l\u2019umanit\u00e0: che strada seguire nei prossimi decenni, alla luce del ribilanciamento demografico, economico e persino culturale in corso? Dal momento che in passato tentativi di alterare l\u2019equilibrio di potere internazionale (si pensi all\u2019ascesa, alla fine dell\u2019800 e all\u2019inizio del \u2019900, della Germania in Europa e del Giappone nel Pacifico) hanno prodotto ben due catastrofi mondiali, non \u00e8 un dovere dell\u2019Universit\u00e0 dedicare attenzione e risorse per mettere a fuoco la complessa situazione attuale, identificare i rischi e proporre possibili soluzioni basate sulla Costituzione italiana e sui principi idealmente alla base della convivenza internazionale, a partire dalla Carta delle Nazioni Unite? E riguardo allo specifico caso dell\u2019Italia, l\u2019Universit\u00e0 non si dovrebbe dare l\u2019obiettivo esplicito di pensare al futuro dell\u2019Italia \u2013 e degli italiani \u2013 non solo per avere una democrazia migliore nel nostro Paese, ma anche in un mondo in rapida trasformazione da numerosi punti di vista, sia per le conseguenze della Grande accelerazione, sia delle evoluzioni geopolitiche? <\/p>\n<p> Grande accelerazione, democrazia, riequilibrio del sistema mondo: abbiamo scelto questi temi legati a tempi medio-lunghi della storia perch\u00e9 non sembrano ricevere \u2013 nonostante siano cruciali \u2013 l\u2019attenzione che meritano da parte delle Universit\u00e0. <\/p>\n<p> Ci sono per\u00f2 due aspetti dell\u2019Universit\u00e0 contemporanea che in larga parte spiegano perch\u00e9 i tre temi che abbiamo messo al centro di questo contributo non abbiano finora ricevuto sufficiente attenzione. Affinch\u00e9 la situazione cambi, dunque, occorre incidere su questi due aspetti, che sono la sostanziale <em>incomunicabilit\u00e0 tra le discipline accademiche<\/em> e l\u2019<em>eccessiva professionalizzazione<\/em> dell\u2019Universit\u00e0 italiana. <\/p>\n<p> <b>Promuovere la cooperazione tra i saperi e le discipline<\/b> <\/p>\n<p> Innanzitutto, andrebbero fortemente ridotti i fossati che separano le discipline accademiche tra loro. Lo si dice da pi\u00f9 di un secolo, ovvero, da quando si sono consolidate le discipline moderne, con le loro societ\u00e0 scientifiche, le loro riviste, i loro congressi, i loro campi di potere accademico. Tuttavia, oggi \u00e8 pi\u00f9 urgente che mai non eliminare le discipline, che hanno una loro ragione di esistere, ma fare molto di pi\u00f9 per costringerle alla cooperazione e al confronto. I grandi temi dell\u2019essere umano, della societ\u00e0 e della natura sono, infatti, intrinsecamente interdisciplinari, quindi i saperi verticali delle discipline (anzi, delle sotto-discipline all\u2019interno delle quali ormai operano quasi tutti gli accademici) non possono per definizione affrontarli in maniera efficace e, men che meno, coglierli nella loro interezza e complessit\u00e0. \u00c8, quindi, fondamentale proteggere esplicitamente, per esempio formulando opportunamente i bandi di concorso e le regole per le abilitazioni e in generale le promozioni, le carriere dei giovani studiosi che abbiano interessi interdisciplinari, giovani che nel contesto accademico attuale vengono invece fortemente penalizzati, con un ulteriore peggioramento &#8211; va detto &#8211; in anni recenti a causa delle procedure formali di valutazione della ricerca. Inoltre, le Universit\u00e0 andrebbero incoraggiate a creare centri interdisciplinari (e, se opportuno, anche inter-ateneo), in modo da dare una casa istituzionale agli studiosi e agli studenti interessati ad affrontare grandi temi grazie all\u2019apporto di diversi tipi di sapere. Sarebbe, inoltre, necessario creare anche in Italia istituzioni che favoriscano esplicitamente le riflessioni interdisciplinari, come gli istituti di studi avanzati sul modello del pionieristico Institute for Advanced Studies di Princeton (sorprendentemente pressoch\u00e9 assenti nel nostro Paese), o istituzioni come il Coll\u00e8ge de France, in modo da controbilanciare almeno in parte i silos disciplinari che caratterizzano l\u2019Universit\u00e0 contemporanea. <\/p>\n<p> <b>Svolgere il ruolo di protagonista del sistema democratico<\/b> <\/p>\n<p> Il secondo intervento che sarebbe necessario per affrontare in maniera efficace temi come quelli della Grande accelerazione, della democrazia e del riequilibro del sistema mondo riguarda l\u2019identit\u00e0 stessa dell\u2019Universit\u00e0. L\u2019Universit\u00e0 europea, e quella italiana forse ancora di pi\u00f9 di quella di altri paesi, si concepisce soprattutto come ente professionalizzante, ovvero, istituzione che prepara nuovi lavoratori. Ma se questo obiettivo fa sicuramente parte della missione dell\u2019Universit\u00e0, non \u00e8 certamente l\u2019unico e forse neanche il primo. In democrazia, infatti, l\u2019Universit\u00e0 dovrebbe avere innanzitutto un ruolo culturale e civile, ovvero, aiutare gli studenti a sviluppare la propria identit\u00e0 in quanto individui e a diventare cittadini autonomi e consapevoli. Ma affinch\u00e9 ci\u00f2 capiti sul serio, l\u2019Universit\u00e0 dovrebbe innanzitutto concepirsi come attore tra i principali del sistema democratico, non mero ente di formazione professionale.  In questi ultimi decenni, tuttavia, l\u2019Universit\u00e0 ha accettato sempre pi\u00f9 passivamente \u2013 oltre che una miriade di controlli e di vincoli che stridono col tanto parlare di \u201cautonomia\u201d \u2013 di diventare un\u2019erogatrice di servizi, in primis agli studenti diventati clienti e poi al sistema produttivo che non di rado usa l\u2019Universit\u00e0, invece che per ricerche di punta, per prestazioni che in passato avrebbe prevalentemente svolto nei propri laboratori di ricerca e sviluppo. L\u2019Universit\u00e0 non si pensa pi\u00f9 come istituzione quasi millenaria, in dialogo con gli altri attori sociali, conscia della propria specificit\u00e0 e della propria missione sociale. Anzi, l\u2019Universit\u00e0 italiana sembra aver quasi perso il rispetto per s\u00e9 stessa, anche se gli indicatori principali mostrano senza ombra di dubbio che riesce a fare piuttosto bene, in tutti gli ambiti, nonostante una penuria di risorse scandalosa se confrontata coi principali paesi avanzati. <\/p>\n<p> Come raggiungere i due obiettivi, la promozione dell\u2019interdisciplinarit\u00e0 e un\u2019Universit\u00e0 pienamente consapevole del proprio ruolo democratico? Se per il primo sono necessari soprattutto interventi normativi e istituzionali come quelli che abbiamo elencato, per il secondo non \u00e8 possibile prescrivere alle comunit\u00e0 accademiche come devono autorappresentarsi. Ci sono voluti decenni per arrivare alla situazione attuale, caratterizzata da rassegnazione e da uno sguardo orientato al breve termine, ovvero, quasi solo alla risoluzione di \u201cproblemi\u201d (vincoli, obiettivi, indicatori) definiti da altri, e ci vorranno sicuramente molti anni prima che l\u2019Universit\u00e0 torni a pensarsi come un <em>corpo<\/em>, in senso medievale, invece che un insieme di monadi gestite tramite indicatori e algoritmi. <\/p>\n<p> Intanto per\u00f2 forse la strada pi\u00f9 promettente per facilitare un cambiamento dell\u2019Universit\u00e0 nella direzione auspicata \u00e8 proprio quella di occuparsi &#8211; concretamente: nella didattica, nella ricerca, nella terza missione &#8211; dei temi che abbiamo messo al centro di questo contributo, ovvero, la Grande accelerazione, la democrazia, l\u2019ascesa del non-Occidente. Per farlo, infatti, sarebbe necessario superare nei fatti le barriere delle discipline e, inoltre, facendolo, si dimostrerebbe che l\u2019Universit\u00e0 si prende cura sia del mondo in cui viviamo, sia del destino delle generazioni future. Forse \u00e8 proprio questo il modo migliore per facilitare l\u2019avvento di un\u2019Universit\u00e0 pi\u00f9 all\u2019altezza della societ\u00e0 della complessit\u00e0. <\/p>\n<p> Affinch\u00e9 ci\u00f2 avvenga, tuttavia, la precondizione \u00e8 tornare a pensare ai tempi della storia. Non solo le lunghezze d\u2019onda brevi, l\u2019<em>histoire \u00e9v\u00e9nementielle<\/em> che oggi assorbe quasi tutte le energie e le attenzioni, ma anche le lunghezze d\u2019onda medie e lunghe. Chi lo pu\u00f2 fare, se non l\u2019Universit\u00e0?  E quale momento pi\u00f9 urgente, se non oggi? <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblico il mio contributo (leggermente rivisto) al rapporto Italia Decide 2023 &#8220;La conoscenza nel tempo della complessit\u00e0. Educazione e formazione nelle democrazie del XXI secolo&#8221;. Versione PDF disponibile qui. Senza futuro. Il ruolo dell\u2019Universit\u00e0 Juan Carlos De Martin \u201cLa vita \u00e8 fatta di correnti che scorrono a velocit\u00e0 diverse: alcune [\u2026] mutano di giorno in [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[],"tags":[],"class_list":["post-1445","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/demartin.polito.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1445","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/demartin.polito.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/demartin.polito.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/demartin.polito.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/demartin.polito.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1445"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/demartin.polito.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1445\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/demartin.polito.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1445"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/demartin.polito.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1445"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/demartin.polito.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1445"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}