Intervento a “Democrazia alla prova” (Genova, 24 gennaio 2026)

Intervento di Juan Carlos De Martin all’incontro “Democrazia alla prova” (Genova, 23-25 gennaio 2026).

Premessa: la tecnologia è un prodotto umano. Non si produce da sola. È, al contrario, frutto di decisioni e scelte interamente ascrivibili ad attori umani. Quindi smettiamola sia di considerarla come qualcosa di “autonomo”, una sorta di Moloch che segue delle sue leggi, sia come qualcosa di “neutro”, o addirittura – in quanto “progresso” – come qualcosa di intrinsecamente, quasi ontologicamente positivo. No. È un’attività umana intenzionale che porta in esistenza artefatti che prima non esistevano (usando atomi, energia, conoscenza tecnico-scientifica, organizzazioni, suolo, producendo scorie, ecc.) e che – in sistemi capitalisti come il nostro – lo fa con l’obiettivo assolutamente preponderante di produrre profitti o potere. Questi artefatti poi producono cambiamenti nella società (oltre che nell’ambiente), innescando retroazioni complesse, tempo-varianti e almeno in parte imprevedibili. Questi cambiamenti spaziano dall’essere indubitabilmente positivi (una cura per una malattia prima incurabile) a indubitabilmente negativi (una nuova arma batteriologica), ma nella grande maggioranza dei casi i cambiamenti sono articolati, ambigui, tempo-varianti. Possono, per esempio, nel loro complesso beneficiare determinate persone (o categorie di persone, o Stati) e simultaneamente nel loro complesso danneggiarne altre/altri. Inoltre gli artefatti a volte strutturano le forme di vita: i sistemi tecnologici possono essere infrastrutture in senso stretto; o norme, se preferite, più vicine alle leggi naturali che a quelle giuridiche (perché non possiamo scegliere di violarle); possono dunque avere proprietà politiche intrinseche, perché possono dare o togliere libertà e opportunità alle persone, possono tenerle in uno stato di minorità, scegliendo al posto loro quale sia il loro bene. Quindi, occorre sottoporre le attività tecnologiche – tutte, incluse quelle informatiche – allo stesso scrutinio etico, politico, intellettuale, democratico a cui sottoponiamo tutte le attività umane.

Ora veniamo alla domanda che ci è stata rivolta:

Big Data, piattaforme, AI: ma è poi vero che la tecnologia digitale può essere reindirizzata a sostenere la democrazia? L’impulso impresso alla tecnologia digitale a supporto della concentrazione di conoscenza e potere è davvero reversibile? Come?

Per rispondere a questa domanda occorre prima di tutto fare il punto della situazione, ovvero, chiarire a che punto siamo arrivati del processo di computerizzazione del mondo avviatosi esattamente 80 anni fa (era il 15 febbraio 1946) col debutto negli Stati Uniti del primo calcolatore elettronico.

Oggi alcune grandi imprese statunitensi, le ben note “Big Tech”, detengono – almeno negli USA, Europa, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e vari altri Paesi – il controllo di pressoché la totalità dei computer (soprattutto personal computer e smartphone, ma anche “assistenti domestici” e altri oggetti “smart”), il possesso di grandi quantitativi di dati costantemente aggiornati su miliardi di persone, l’enorme potenza di calcolo necessaria per elaborarli, il possesso dei principali software applicativi su cui miliardi di persona passano il loro tempo, il possesso di parti crescenti dell’infrastruttura fisica di Internet (non solo data center, ma anche cavi sottomarini e satelliti), risorse economiche pressoché illimitate e il potere di intermediazione tra milioni di attori economici e i loro potenziali clienti (vale per le Big Tech con caratteristiche di “piattaforma”, in particolare Amazon).

Con gli smartphone (a cui ho dedicato di recente un libro) più di metà degli esseri umani sul pianeta ha costantemente con sé una macchina che raccoglie incessantemente dati non solo su che cosa l’utente sta attivamente facendo col dispositivo (telefonando, navigando su Internet, girando sui social media, comprando, ascoltando musica, ecc.), ma anche sulla localizzazione geografica dell’utente, sui movimenti fisici dell’utente (è fermo, sta camminando, sta correndo, ecc.), su quali altre persone incontra, su quanto è luminoso l’ambiente in cui si trova, se l’utente prende in mano il dispositivo nel cuore della notte (e quante volte lo fa) o meno, e così via. Se a questa miriade di informazioni si aggiungono classiche informazioni come il contenuto della rubrica dei contatti, ovvero, la propria rete sociale e il registro delle chiamate e dei messaggi (se non i contenuti degli stessi, quanto meno i cosiddetti medatati, ovvero, con chi sono stato in contatto, quando, quanto spesso, ecc.), il quadro informativo che si compone sulla vita di miliardi di persone è – per estensione, capillarità e continuità nel tempo – assolutamente senza precedenti nella storia dell’umanità.

Inoltre, come confermato dalle rivelazioni di Edward Snowden del 2013, questi dati possono essere nella disponibilità di agenzia di sicurezza statunitensi, avvicinando sempre di più alla realtà l’obiettivo strategico di quel Paese, che risale almeno agli anni ’60 del secolo scorso, di conseguire una consapevolezza informativa la più completa possibile dell’intera umanità (“Total Information Awareness”).

Inoltre, i padroni dei sistemi operativi e delle principali app (che oggi sono, in senso letterale, “i padroni del genere umano”, per citare Adam Smith: le 12 persone più ricche del mondo oggi detengono una ricchezza maggiore di quella di metà dell’umanità), hanno una conoscenza non solo degli individui, ma anche della società assolutamente senza precedenti. Ciò che in passato, con strumenti tradizionali (sondaggi, informatori, questionari, ecc.), è sempre stato oneroso e comunque molto parziale, ora è diventato sistematico, capillare e continuo. Le principali aziende informatiche, grazie ai motori di ricerca, alle app di social media e di messaggistica, alle informazioni d’uso dello smartphone e ora anche i servizi di “intelligenza artificiale” possono monitorare in tempo reale lo stato della società, utilizzando una moltitudine di chiavi di analisi.

A questo potere di monitoraggio in tempo reale si associa poi il potere di influenzare i comportamenti individuali e le dinamiche sociali. Ciò è soprattutto vero per i social media, i cui algoritmi decidono quali contenuti mostrare, a chi mostrarli, quando e con quale frequenza mostrarli, ma vale anche per i motori di ricerca e i chatbot di Intelligenza Artificiale.

Le Big Tech, inoltre, sono diventate le fornitrici di servizi essenziali (in particolare posta elettronica, cloud computing, software di collaborazione, “Intelligenza artificiale”) non solo per individui e imprese, anche per segmenti sempre più estesi delle articolazioni di molti Stati: scuole, università, enti di ricerca, ospedali, Ministeri e persino il settore militare e della sicurezza.

A questo proposito, è importante sottolineare come il controllo, anche fisico, delle infrastrutture di comunicazione, archiviazione ed elaborazione delle informazioni sia sempre stata, fin dall’antichità, una prerogativa attentamente presidiata da qualsiasi entità (statuale e non) attenta alla propria sovranità. Che si trattasse dei cavi telegrafici transoceanici durante l’impero britannico, dello sviluppo della radio nei primi decenni dell’900, delle rete telefonica a Cuba subito dopo la rivoluzione o dell’Italia della Prima Repubblica, con le sue SIP, Italtel e Telettra, era chiaro a qualsiasi politico degno del suo ruolo che le infrastrutture per comunicare, archiviare ed elaborare informazioni erano (e sono) essenziali.

Eppure, incredibilmente in questo primo quarto del 21° secolo numerosi Stati europei, tra cui il nostro, hanno progressivamente rinunciato a questo storico presidio, diventando così acutamente dipendenti dai servizi offerti dalle Big Tech da portare un numero crescente di studiosi e osservatori a parlare di colonialismo digitale.

È come se il “sistema nervoso” di intere nazioni fosse passato nella mani di alcune grandi aziende statunitensi, che ora hanno il potere (o il dovere, nel caso, per esempio, di sanzioni o di ordini del loro Governo) di bloccare le attività, anche di base, non solo di individui (come la funzionaria ONU, nonché nostra connazionale, Francesca Albanese) ma anche di vasti settori di una nazione, o di determinate istituzioni, come è successo di recente alla Corte Penale Internazionale (e ai suoi giudici). Il potenziale non solo di sorveglianza, ma anche di controllo, di repressione, di ricatto è enorme.

A questo proposito, vi leggo le parole di un noto studioso. Dopo vi dirò di chi si tratta e quando ha scritto queste parole.

Inutile dire che il controllo pubblico del potere è tanto piú necessario in un’età come la nostra in cui gli strumenti tecnici di cui può disporre chi detiene il potere per conoscere capillarmente tutto quel che fanno i cittadini è enormemente aumentato, è praticamente illimitato.
[…]
L’ideale del potente è sempre stato quello di vedere ogni gesto e di ascoltare ogni parola dei suoi soggetti (possibilmente senza essere visto né ascoltato): questo ideale oggi è raggiungibile. Nessun despota dell’antichità, nessun monarca assoluto dell’età moderna, pur circondato da mille spie, è mai riuscito ad avere sui suoi sudditi tutte quelle informazioni che il piú democratico dei governi può attingere dall’uso di cervelli elettronici. La vecchia domanda che percorre tutta la storia del pensiero politico: «Chi custodisce i custodi?» oggi si può ripetere con quest’altra formula: «Chi controlla i controllori?» Se non si riuscirà a trovare una risposta adeguata a questa domanda, la democrazia, come avvento del governo visibile, è perduta.


Sono parole tratte dal libro di Norberto Bobbio “Il futuro della democrazia”. L’anno era il 1984.

Ciò detto, posso ora rispondere alla domanda iniziale:

Certo che Big Data, piattaforme, AI e in generale le tecnologia informatiche potrebbero essere reindirizzate a sostegno della democrazia, a vantaggio dei lavoratori, per ridurre le diseguaglianze, per tutelare i diritti fondamentali, ecc. Sono prodotti umani che possono essere indirizzati come si desidera. Si può scegliere se, quando, con quale velocità e soprattutto in quale forma e con quali obiettivi introdurre una determinata tecnologia.

Tuttavia, affinché ciò capiti in Italia e più in generale in Europa è indispensabile che, nell’ordine:

1) si recuperi quanta più indipendenza tecnologica possibile rispetto agli USA (o a chiunque altro): l’Europa ha le risorse economiche, organizzative e tecnico-scientifiche per farlo. In proposito lasciatemi citare il rapporto “Eurostack”, ma ci sono anche altre proposte. Non credete, quindi, a chi dice (in certi casi ormai da trent’anni): “È troppo tardi, quel treno è ormai perduto, eccetera”. Non è vero. È, però, indispensabile che ci sia una determinazione politica salda e sostenuta nel tempo.

2) all’interno delle nostre democrazie capitaliste i rapporti di forza tra classi cambino in maniera tale da poter trattare la tecnologia – tutta, non solo quella informatica – alla stregua di tutte le altre attività umane. L’obiettivo dovrebbe essere non solo quello di avere tecnologie informatiche che rispettino rigorosamente i diritti fondamentali (espressione, associazione, segretezza della corrispondenza, ecc.), che oggi sono sistematicamente calpestati, ma anche, richiamando l’articolo 41 della Costituzione, di “determinare i programmi e i controlli opportuni perché [la tecnologia] possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.

Grazie.

P.S. Ringrazio gli amici nexiani chi mi hanno dato consigli in fase di stesura, in particolare Daniela Tafani e Giulio De Petra.