Juan Carlos De Martin's blog

Horizon2020: A great leap forward for Open Access

Open Access to publications and, to a limited extent, to research data is the default rule for Horizon2020, the new EU-funded research programme launched yesterday by the European Commission. It is a turning point for open access in Europe, congratulations to all the dedicated European Commission officers that for years have been preparing the ground for this great achievement!

From the Horizon2020 Model Grant Agreement:

E' chiara la differenza?

Molte persone sembrano non capire un punto fondamentale: il digitale può essere dispiegato per liberare o per imprigionare, per favorire l'uguaglianza o per avversarla, per favorire gli interessi di certi o quelli di altri, per rafforzare la democrazia o per contribuire a svuotarla e così via. La discussione fondamentale quindi non è quella (sterile) pro/contro il digitale, ma su quale digitale, caso per caso, problema per problema, situazione per situazione. Quindi se io, per fare esempi personali recenti, critico certi aspetti dei MOOC o certi aspetti degli ebook, non sono (ovviamente) contro i MOOC o gli ebook tout court (o addirittura contro il digitale, l'innovazione, il progresso, ecc.), ma contro lo specifico modo con cui qualcuno, generalmente per fare i suoi particolarissimi interessi, ha realizzato MOOC o ebook. E' chiara la differenza?

Una parabola italiana

Immaginiamo di stare parlando di un ragazzino pelle e ossa. Gracile. Denutrito. In qualsiasi paese rispettoso della logica, prima di discutere di quanto in fretta il ragazzino corre i 400 metri piani, o di quanto bene suona il violoncello, o di come se la cava con le traduzioni da Euripide, tutti si preoccuperebbero della sua gracilità, della sua malnutrizione. Direbbero: "diamogli da mangiare, curiamo la sua dieta, diamogli ricostituenti, e poi, solo poi potremo iniziare a parlare del resto." Logico, no?

Logico - ma in Italia non funziona così.

In Italia plotoni di opinionisti, consulenti, funzionari e politici discettano imperterriti delle prestazioni del ragazzino debilitato come se nulla fosse, come se fosse un ragazzone pieno di muscoli. E se l'ingenuo della situazione fa timidamente notare che il ragazzino è pelle e ossa, gli rispondono con un sospiro infastidito: "Vabbè, ma a parte quello...". Oppure: "E' vero, lo riconosciamo, mangia solo un tozzo di pane al giorno; ma lo mangia in maniera inefficiente, sprecando un sacco di briciole. Che pensi a mangiare in maniera più efficiente le risorse esistenti e poi, solo poi si potrà discutere - austerità permettendo - di passare a 1.1 tozzi di pane al giorno...".

Ma c'è dell'altro.

In Italia il ragazzino debilitato, per qualche prodigioso motivo, riesce comunque a correre i 400 metri piani arrivando appena dietro ai ragazzoni pieni di muscoli francesi e tedeschi.... Ciò gli procura forse medaglie, prime pagine sui giornali, apprezzamenti e magari anche una mela, oltre al tozzo di pane? Ma neanche per idea. Gli si rinfaccia che è arrivato mezzo secondo dietro ai primi. Gli si rinfaccia che nella sua catapecchia non riesce ad attrarre abbastanza ragazzoni dalla Finlandia o dall'Olanda, guarda caso scarsamente interessati a catapecchie e tozzi di pane. Gli si rinfaccia che non è abbastanza servizievole nei confronti dei ricconi che ogni tanto passano sul marciapiede davanti a lui: se lo fosse, magari ogni tanto gli tirerebbero una moneta. E così via.

Strano paese, l'Italia. Un paese che ha abolito la logica. Un paese dove l'ipocrisia e la malafede hanno davvero troppo spazio.

Scritto pensando soprattutto alla ricerca e all'università italiane. Di cui, sia chiaro, conosco benissimo i difetti e i limiti, che è un dovere combattere. Ma ciò non toglie che la parabola sia in larga parte valida, secondo me.

Democrazia (debole) e Internet

Si parla del ruolo di Internet in politica da numerosi anni, ma in questi ultimi mesi il dibattito si è fatto particolarmente accesso. Da una parte c'è chi prospetta, come il Movimento Cinque Stelle, una democrazia elettronica diretta, con la riduzione del ruolo dei parlamentari a quello di semplici esecutori (anche se non è chiaro, oltre al resto, della volontà di chi). Dall'altra c'è chi difende la democrazia rappresentativa così come l'abbiamo conosciuta in questi ultimi decenni in Italia, partiti inclusi, ritenendolo, pur coi suoi difetti, il migliore dei sistemi possibili.

E' necessario provare a superare questa contrapposizione, perché le prospettive più promettenti per il futuro della democrazia a mio avviso non stanno ne' da una parte ne' dall'altra. Per farlo, però, ricordiamo alcuni elementi di contesto.

Primo elemento: i partiti politici italiani risultano da anni l'istituzione meno gradita agli italiani, con indici di gradimento che, a seconda dei sondaggi, scendono spesso sotto il 10%. Questo dato, oggettivamente clamoroso, non significa che gli italiani rigettino la forma partito in quanto tale; significa solo gli italiani non apprezzano i partiti italiani nella loro forma attuale. A questa grave crisi di legittimità - aggravata da un astensionismo sempre più forte - i partiti non hanno finora reagito in maniera adeguata.

Il secondo dato di contesto è che alla massima sfiducia nei confronti dei partiti corrisponde un potere enorme, un vero e proprio monopolio della vita pubblica. Non è questa la sede per analizzare le articolazioni del potere partitico, ma a distanza di oltre sessant'anni dal conio della parola 'partitocrazia' ricordiamo soltanto che è sempre vigente una legge elettorale che dà ai vertici dei partiti il potere di nominare, di fatto, il parlamento. Ricordiamo, inoltre, lo scarso rispetto che i partiti hanno mostrato nel corso dei decenni verso le proposte di legge di iniziativa popolare e gli esiti referendari, le due forme di democrazia diretta esplicitamente previste dalla Costituzione.

Il terzo e ultimo dato contestuale è il processo noto come globalizzazione, che a partire dagli anni '70 ha progressivamente ridotto la capacità delle democrazie di controllare l'economia. Anzi, la globalizzazione ha portato a un'influenza sempre maggiore dell'economia sulla politica, provocando, oltre al resto, un generalizzato aumento delle diseguaglianze, come descritto, tra gli altri, da John Gray, Steve Wolin, Luciano Gallino, Robert Reich, Joseph Stiglitz e Lawrence Lessig.

Non sorprende dunque che molti cittadini ritengano di vivere in una democrazia caratterizzata da limiti molto gravi: un sistema politico opaco in cui la voce del singolo conta solo in occasione delle elezioni, e anche in quel caso solo all'interno di un'offerta politica che non ha avuto alcun modo di influenzare. Una democrazia, insomma, che potremmo definire debole.

Nei decenni in cui si consolida la democrazia debole, però, ha luogo anche un altro processo, ovvero il diffondersi della rivoluzione digitale, che prima riguarda il mondo sviluppato e poi parti sempre più estese del resto del mondo (sia pure con forti limitazioni anche all'interno degli stessi paesi ricchi, come dimostra il grave divario digitale che caratterizza l'Italia). Un numero crescente di persone, dotate di computer personali, inizia a usare Internet, ovvero, una rete che consente di mettere liberamente in contatto una persona con un'altra (come il telefono), poche persone con molte (come la stampa, la radio, la televisione) e i membri di un gruppo tra di loro (come prima di Internet era molto meno agevole fare). Non era mai capitato prima che una rete di comunicazioni permettesse una tale decentralizzazione del potere di comunicare.

Che una simile trasformazione tecnologica dovesse, prima o poi, avere anche forti conseguenze politiche lo capirono subito alcuni osservatori, tra cui Ithiel de Sola Pool a inizio anni '80.

Ma, di preciso, quali conseguenze politiche?

Per rispondere è utile confrontare l'impatto della Rete sulle persone (molto consistente) all'impatto sulla politica (quasi nullo).

Per quello che riguarda le persone, sono ormai milioni gli elettori che, cresciuti con la Rete, sono abituati a procurarsi informazioni e conoscenza in maniera molto più autonoma che in passato. Cittadini che – reagendo, anche se a volte confusamente, alla democrazia debole - hanno sviluppato radicate antipatie per le distorsioni spesso diffuse dai media tradizionali e dai partiti. Il risultato è inevitabilmente contraddittorio, un magma che include superficialità e paranoia, ma anche molti cittadini salutarmente critici, desiderosi di accedere alle fonti, di ripensare con la propria testa questioni fondamentali, come testimoniano i forum online di tutta Europa. Discussioni che è facile criticare per la loro non infrequente scarsa profondità, ma che - è bene ricordarlo - non sono molto diverse da quelle che hanno partorito la modernità, dalla Rivoluzione inglese in avanti.

Ma mentre milioni di cittadini usavano sempre di più la Rete per informarsi, discutere e organizzarsi, come reagiva la politica ?

I partiti politici purtroppo ignoravano - e in larga parte continuano a ignorare - la trasformazione cognitiva in atto in milioni di loro potenziali elettori (soprattutto i più giovani).
In altre parole, mentre le conseguenze politiche di Internet sulle persone crescevano e mettevano radici, le conseguenze sulla politica rimanevano del tutto trascurabili.
In particolare i partiti hanno ignorato la questione di come avrebbero dovuto cambiare per entrare in sintonia con cittadini sempre più scontenti della democrazia debole e, grazie alla Rete, sempre più autonomi nei loro giudizi e nella loro capacità di organizzarsi.
Inoltre, a livello istituzionale, i partiti via via al Governo non hanno ritenuto che fosse una priorità introdurre - nel solco della democrazia parlamentare definita dalla Costituzione e nel rispetto del ruolo della politica - nuove strumenti di democrazia diretta. In questo momento storico di democrazia debole nuove forme, ben calibrate, di democrazia diretta avrebbero potuto - e potrebbero ancora - acquisire una grande importanza sia simbolica, sia sostanziale.

Questa inerzia partitica ha permesso, a mio avviso, che si radicasse – prima in cerchie ristrette di persone e poi in settori sempre più ampi della popolazione - un interesse verso forme di democrazia diretta elettronica. In altre parole, al sistema dei partiti, visto come opaco, autoreferenziale e non raramente corrotto, si contrappone la democrazia diretta, giudicata intrinsecamente superiore a quella rappresentativa. Un'analisi critica di questa posizione richiederebbe molto spazio. In questa sede, quindi, mi limiterò ad evidenziare solo quattro punti di particolare importanza. Il primo è che la critica, spesso fondata, al sistema partitico italiano fa dimenticare che l'attività politica è un'arte essenziale per la democrazia, come scriveva Bernard Crick nel 1963 nel suo classico “Difesa della politica”; un'arte basata su virtù come prudenza, conciliazione, compromesso e adattabilità. Il fatto che i partiti politici tradizionali abbiano spesso messo in scena un pervertimento di queste virtù non toglie che siano comunque alla base della politica. Il secondo aspetto è che l'uso di strumenti elettronici per votare e per decidere presenta difficilissimi problemi di sicurezza informatica, al punto che negli USA dove alcuni stati avevano adottato il voto elettronico si sta addirittura discutendo di tornare al voto cartaceo tradizionale. La terza criticità è che la democrazia rappresentativa non è intrinsecamente inferiore a quella diretta; in proposito il riferimento d'obbligo è al pensiero di Nadia Urbinati. Infine la quarta difficoltà è il divario digitale: un italiano su due non è digitale. E tra coloro che non sono online c'è una forte preponderanza di soggetti sociali deboli, come gli anziani e le famiglie di lavoratori non qualificati, che non è accettabile escludere.

Preferisco, quindi, concentrarmi su come far evolvere la democrazia rappresentativa verso forme più partecipate, verso una possibile democrazia forte (Benjamin Barber) o democrazia continua (Stefano Rodotà).

Quali nuove forme? Le proposte non solo non mancano, ma in alcuni casi sono già state ampiamente sperimentate, a vari livelli. Oltre al dialogo continuo eletti-elettori di cui parla Nadia Urbinati, si spazia da consultazioni fatte seriamente (come quelle, vincolanti, fatte a Vienna sulle Olimpiadi 2028) ai bilanci partecipativi (nota è l'esperienza di Porto Alegre), dai sondaggi deliberativi proposti da James Fishkin ai referendum propositivi, dall'obbligo di discutere in Parlamento le proposte di legge d'iniziativa popolare al 'debat public' francese. O anche, a livello europeo, le direttive di iniziativa popolare, una novità introdotta dal Trattato di Lisbona.

Si tratta di proposte che la Rete permette di realizzare in maniera non solo più efficiente, ma anche con maggiore trasparenza e dando potenzialmente più voce a chi finora ha in genere fatto fatica a farsi sentire.

I partiti, dunque, per riprendere l'iniziativa e affrontare la loro crisi di legittimità dovrebbero avviare una stagione costituente rivolta innanzitutto a loro stessi, con riflessioni incentrate, da una parte, sulla democrazia debole in tutti i suoi aspetti, e, dall'altra parte, sulla Rete sia come strumento abilitante sia come fattore di cambiamento antropologico di molti cittadini.

Da un'esperienza a livello di partito di questo tipo, se fatta seriamente, è poi lecito aspettarsi la definizione di proposte che vadano nella stessa direzione, ma riguardanti le istituzioni locali, nazionali ed europee.

La via d'uscita dalla crisi attuale non è, dunque, a mio avviso, ne' la democrazia diretta elettronica, ne' certamente la difesa dello status quo, ma un'evoluzione - condotta da partiti profondamente rinnovati (o del tutto nuovi) - della democrazia rappresentativa verso forme più partecipate: nel panorama politico italiano ci sarà qualcuno all'altezza della sfida?

Sull'attualità di Bobbio

Non è impossibile provare a immaginare quale sarebbe stata l'analisi di Norberto Bobbio, morto il 9 gennaio di nove anni fa, della situazione politica attuale e di questa perlopiù triste campagna elettorale. Rileggendo i suoi interventi su "La Stampa" colpisce ancora l'acutezza delle sue analisi politiche, con conclusioni a cui molti sono poi arrivati (se e quando ci sono arrivati) solo con lustri, se non decenni, di ritardo. Ma parlando di idee, ovvero, parlando di qualcosa che raramente è oggetto di vera discussione in queste settimane, le sue parole di inizio 1994, giustamente ricordate di recente da Luciano Canfora, oggi sono forse ancora più rilevanti di allora:
Il comunismo storico è fallito. Ma la sfida che esso aveva lanciato è rimasta. Se per consolarci, andiamo dicendo che in questa parte del mondo abbiamo dato vita alla società dei due terzi, non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla maggior parte dei paesi ove la società dei due terzi, o addirittura dei quattro quinti o dei nove decimi, è quell’altra. Di fronte a questa realtà, la distinzione fra la destra e la sinistra, per la quale l’ideale dell’eguaglianza è sempre stato la stella polare cui ha guardato e continua a guardare, è nettissima. Basta spostare lo sguardo dalla questione sociale all’interno dei singoli stati, da cui nacque la sinistra nel secolo scorso, alla questione sociale internazionale, per rendersi conto che la sinistra non solo non ha compiuto il proprio cammino ma lo ha appena cominciato.
"Destra e sinistra", Donzelli, 1994, pp. 85-86.
Forse la miglior risposta ai moltissimi che vanno ripetendo di "essere oltre destra e sinistra", o che "le distinzioni destra-sinistra sono superate".

Aaron Swartz

Anche in Italia la comunità Internet ha reagito con emozione alla tragica morte di Aaron Swartz (il mio articolo su Swartz per "La Stampa" è disponibile qui). In Italia molti, sospetto, non avevano mai sentito parlare di Aaron Swartz prima di sabato scorso, ma un giovane brillante di 26 anni che si toglie la vita colpisce tutti. Tanto più se una delle possibili cause del tragico gesto (pare si sia impiccato nella sua casa di New York) è un processo che minacciava pene assolutamente sproporzionate rispetto ai fatti oggetto dell'accusa (vedere per esempio questa analisi). Morte tragica che colpisce anche perché Swartz era amico di persone molto note come Lawrence Lessig e Cory Doctorow, che nelle ore immediatamente successive alla notizia della sua morte hanno scritto testi appassionati che hanno fatto il giro del web (Lessig sul suo blog, Doctorow su Boing Boing).
Ma se volete andare oltre gli scritti di queste ore, oltre le foto, oltre alle espressioni di cordoglio più o meno informate, ascoltate il suo keynote a "Freedom 2 Connect" (Washington D.C., 21 maggio 2012). Venti minuti che restituiscono con forza almeno due aspetti di Aaron Swartz: la sua passione civile e la sua lucidità intellettuale. Al di là della tragedia umana (che riguarda, ricordiamolo, anche la sua famiglia), noi che abbiamo a cuore Internet come spazio di libertà abbiamo perso un valoroso alleato, anzi, come ha scritto l'Economist, un dono.

P.S. Non solo libro

Nei prossimi due mesi, oltre al libro, continuerò a preparare la seconda edizione del corso "Rivoluzione Digitale". Anche quest'anno avrò ospiti illustri.

I prossimi due mesi

Lunedì 4 marzo inizieranno le lezioni del secondo semestre al Politecnico di Torino. Ho quindi poco meno di due mesi per completare la prima bozza completa del mio libro su Università e democrazia nell'età di Internet (titolo provvisorio). Sono quasi due anni che mi preparo (anzi, più di tre se vogliamo includere la preparazione della conferenza "University & Cyberspace" che organizzammo col Berkman Center di Harvard a Torino nel giugno 2010): i tempi, dunque, sono maturi per iniziare scrivere. Il mio obiettivo è quello di scrivere una versione in italiano del mio libro, una versione relativamente leggera, accessibile a chiunque fosse interessato al tema dell'università; tornerò a concentrarmi sula versione in lingua inglese, più accademica e più estesa, non appena completata quella italiana. Mi sembra, infatti, importante intervenire rapidamente nel dibattito italiano sull'università.
In questo periodo, dunque, mi aspetto di essere meno attivo del solito sui social network, più lento a rispondere alla posta elettronica, poco disponibile a viaggiare o a prendere altri impegni. Grazie fin d'ora per la vostra comprensione!

Comunicazione di servizio

Ho già aggiornato le tre sezioni del sito (About Me, Content e Classes), ma devo ancora aggiornare i "box" a destra, riattivare i commenti (che devono essere spariti in uno degli aggiornamenti di Drupal), ecc.; lo farò nei prossimi giorni, intanto portate pazienza - grazie!

Un nuovo inizio

La lettura mi dà molte più soddisfazioni della scrittura. Da sempre. Quindi non è che tenere un blog sia per me una scelta facile, o scontata. Anche perché comunque già scrivo molto per motivi professionali e il tempo è quello che è. Per non parlare poi del fatto che da qualche anno scrivo per la "La Stampa" articoli che potrebbero benissimo essere post su questo blog. Eppure devo riconoscere che questo blog ha comunque, almeno in potenza, un ruolo non trascurabile. Non tanto per la segnalazioni rapide - per quello Twitter è imbattibile - ma piuttosto per affrontare con maggior agio temi che per vari motivi non sarebbero adatti alla piattaforma necessariamente più vincolata del giornale: vuoi per l'argomento (su La Stampa intervengo solo su argomenti relativi al digitale), vuoi per la lunghezza (lo spazio sui giornali è sempre fortemente limitato), vuoi per il taglio (sul blog potrei permettermi anche articoli più tecnici). Per questo motivo, pur consapevole che non sarò probabilmente mai un blogger prolifico, ho deciso di riprendere a pubblicare su questo blog. Insomma, un proposito, il primo, per il 2013. Buon Anno!
P.S. Lawrence Lessig, sul cui blog mi sono formato ormai più di 10 anni fa, ha appena annunciato che anche lui riprenderà a scrivere sul suo blog - lo prendo come un ottimo auspicio!