La tecnologia per capire l'Umanità ("La Stampa")

La tecnologia è ovunque. La indossiamo, la usiamo per spostarci, per scaldarci, per nutrirci e per mille altre attività. Non solo: viviamo letteralmente dentro alla tecnologia. E’ infatti artificiale l’ambiente in cui spendiamo gran parte della nostra vita, a casa, al lavoro, in città.

Forse per questa sua onnipresenza molte persone ormai considerano la tecnologia come una sorta di natura, qualcosa di cui si prende passivamente atto, così come si prende atto di un temporale o di un monte.

Tuttavia pensare alla tecnologia in questo modo è un problema, innanzitutto culturale, ma non solo culturale: pensare alla tecnologia come se fosse “natura”, infatti, ci impedisce di capirla davvero, con ricadute molto concrete anche in ambito economico e persino nei rapporti internazionali.

La tecnologia, infatti, non è “data”. Al contrario, la tecnologia è costituita da ciò che, non esistendo in natura, viene portato in esistenza grazie allo sforzo deliberato di una persona, nel caso più semplice dell’artigiano o dell’artista, o di molte migliaia di persone nel caso delle tecnologie più avanzate. Quindi la tecnologia è umanità, come recita il motto di Biennale Tecnologia, la grande manifestazione culturale organizzata dal Politecnico che inizia oggi, nel senso che la tecnologia è sognata, progettata e realizzata da esseri umani per obiettivi – nobili, banali o atroci che siano – strettamente umani.

Per questo motivo se guardassimo la tecnologia con occhi consapevoli, ci dovremmo vedere riflessi noi stessi. Tranne casi particolari non personalmente noi stessi, ma certamente gli esseri umani che da qualche parte nel mondo hanno scavato la terra per tirare fuori i minerali necessari, che hanno ideato, progettato e prodotto i componenti, che hanno assemblato e dato forma al tutto, che l’hanno trasportato magari all’altro capo del mondo, che l’hanno venduto e che infine l’hanno smaltito.

Allo stesso modo se guardassimo la tecnologia con occhi consapevoli ci vedremmo dentro anche il nostro pianeta: le miniere da cui sono usciti i materiali, i pozzi petrolifere o le pale eoliche che hanno prodotto l’energia, le fabbriche che hanno raffinato e prodotto, le discariche che hanno smaltito, le conseguenze di tutto questo sui fiumi, i mari, la vegetazione, la fauna, l’atmosfera.

Infine se guardassimo alla tecnologia con occhi consapevoli ci vedremmo riflesse le conseguenze della tecnologia - positive e negative, banali o importanti che siano - sui bambini e sugli anziani, sui poveri e sui benestanti, sulla democrazia e sui rapporti personali, sulla salute fisica e mentale, sulla guerra e sulla pace, sul progresso o sul degrado morale dell’umanità, sul “Sud” e sul “Nord” del mondo.

Da oggi fino a domenica sera Biennale Tecnologia offrirà, dunque, proprio questo ai suoi visitatori: li aiuterà a vedere in ogni oggetto tecnologico - semplice o complesso che sia - un sorta di prisma da cui si irradiano mille raggi, in mille direzioni diverse.

Apparso su "La Stampa", edizione di Torino, giovedì 10 novembre 2022, p. 39 + 51.

Perché Biennale Tecnologia ("Robinson - La Repubblica")

La cultura è una. Non due, tre o addirittura quattro. Esistono varie forme di sapere, questo sì. Ma la cultura è costituita dall’intrecciarsi, dal compenetrarsi dei vari saperi, dal confronto. Un confronto certamente consapevole degli statuti epistemologici dei singoli saperi, con i loro punti di forza e i loro punti ciechi, ma comunque un confronto programmaticamente scevro di arroganza, anzi, rispettoso, curioso, umile (nel senso di attaccato al suolo, all’humus).

È a partire da queste premesse che il Politecnico di Torino idea, progetta e organizza, con l’importante contributo di molti partner, Biennale Tecnologia, la manifestazione culturale che dal 2020 si alterna all’altra grande biennale torinese, Biennale Democrazia, che fin dal 2009 promuove, nel ricordo di Norberto Bobbio, una riflessione interdisciplinare sui temi della politica.

Il primo obiettivo di Biennale Tecnologia è quello di realizzare una manifestazione culturale che offra – su grande scala – un dialogo paritario e inclusivo tra saperi. Ingegneria, architettura e le altre discipline tradizionalmente politecniche in dialogo con le scienze naturali, le scienze umane e sociali e le arti, impiegando un ampio spettro di modalità, dalla lezione magistrale al dibattito, dallo spettacolo teatrale alla mostra, dal concerto alla proiezione cinematografica e alla lettura poetica.

Il secondo obiettivo riguarda il tema della manifestazione, ovvero, la tecnologia. L’intenzione non è solo quella – pur cruciale – di condividere sapere tecnologico; c’è anche un altro obiettivo, non meno importante, ovvero, quello di promuovere un modo diverso di pensare alla tecnologia. Diverso sia dal modo di pensare alla tecnologia di molti “tecnici”, sia dal modo con cui pensano alla tecnologia la maggior parte delle altre persone. Il senso comune relativo alla tecnologia, infatti, è infestato di luoghi comuni, di ingenuità e di mistificazioni, col risultato che la capacità della collettività – élite incluse – di pensare in maniera realistica alla tecnologia è spesso molto debole. Debole – in estrema sintesi - perché i tecnici raramente sono consapevoli della natura socio-politica della tecnologia, che considerano, a torto, “neutra” nonché per definizione sinonimo di “progresso”, e debole perché molti non tecnici pensano che la tecnica si riduca a meri strumenti, non di rado negativi e comunque tendenzialmente indegni di attenzione intellettuale o politica. È una debolezza generalizzata che, oltre a rappresentare un serio limite culturale, produce problemi rilevanti per la democrazia, per la vita economica, e persino per i rapporti internazionali.

Per rimediare a una debolezza cognitiva così radicata e diffusa la via maestra è il dialogo tra saperi. È solo gettando luce da diverse angolature, infatti, che è possibile superare gli stereotipi e avvicinarsi - forando la corazza prodotta dalla consuetudine - all’essenza della tecnologia.

È importante farlo nel mondo della formazione e della ricerca, e il Politecnico si è attivato anche in questa direzione, facendo seguire a tutti gli studenti di ingegneria un insegnamento interdisciplinare chiamato “Grandi sfide” e istituendo il centro studi Theseus su tecnologia, umanità e società.

Ed è ovviamente importante farlo con iniziative rivolte al grande pubblico, come appunto Biennale Tecnologia, il cui motto, fin dalla prima edizione, è, non a caso: “Tecnologia e/è umanità”.

Dopo la prima edizione del 2019, per celebrare i 160 del Politecnico e inaugurata da Joseph Stiglitz, e l’edizione 2020, tenutasi interamente online causa COVID-19, dal titolo: “Mutazioni – per un futuro sostenibile” - siamo ora giunti alla terza edizione. Dal 10 al 13 novembre, infatti, Biennale Tecnologia torna in presenza a Torino col titolo: “Princìpi – Costruire per le generazioni”. L’inaugurazione del 10 novembre si aprirà con una lezione magistrale di Nicholas Nassim Taleb, il celebre studioso de “Il cigno nero” e “Antifragile”, e poi in serata alle OGR la prima assoluta di uno spettacolo teatrale di Marco Paolini e Telmo Pievani dal titolo: “Gli Antenati della Fabbrica del Mondo”.

Come titolo di Biennale Tecnologia abbiamo scelto “Princìpi” perché ci è sembrata una parola particolarmente utile, coi suoi molti significati, per affrontare le grandi complessità di questo periodo storico: princìpi fondativi nel senso delle fondamenta concettuali, metodologiche o fattuali di una disciplina, di una scienza o di una dottrina; princìpi nel senso specifico, ma suggestivo dei principi attivi di una sostanza; princìpi nel senso di avviare, di intraprendere; princìpi nel senso di norme morali o valori etici. E come sottotitolo abbiamo scelto “costruire per le generazioni” sia perché fare tecnologia significa portare in esistenza qualcosa che non esiste in natura, sia perché forse mai come ora l’idea stessa di generazioni future è in pericolo, minacciata non solo dal disastro ambientale, ma anche dal rinato spettro della guerra nucleare.

Negli oltre 150 incontri di Biennale Tecnologia 2022, negli spettacoli, nelle mostre, nei concerti, nelle proiezioni cinematografiche (inclusa la Notte Miyazaki alla Mole Antonelliana) penseremo al digitale, all’energia, ai trasporti, all’architettura, allo spazio, alle infrastrutture e a molti altri temi tecnologici facendo dialogare ingegneri, architetti e designer con filosofi, sociologi, economisti, fotografi, scrittori, archeologi, antropologi, storici e molti altri portatori di varie forme di sapere. Tutti invitati a Torino per provare a sviluppare un pensiero all’altezza del momento storico, con l’obiettivo primario di provare a capire che cosa possiamo concretamente fare per assicurare che siano ancora molte le generazioni che daranno seguito alle 4.000 generazioni di homo sapiens che hanno finora calcato l’humus di questa nostra terra.

Apparso con piccole modifiche su "Robinson" de "La Repubblica", sabato 5 novembre 2022, col titolo: "La cultura si parla", p. 27

LA SFIDA GEOPOLITICA (dal libro "Università futura", 2017)

Nel dicembre 1991 finiva l’esperienza dell’Unione Sovietica. Dopo quasi cinquant’anni terminava, dunque, la contrapposizione tra due superpotenze, gli USA e l’URSS, che si erano divise il mondo in zone di influenza ispirate a sistemi economico politici contrapposti: democrazia liberale e capitalismo da una parte, socialismo reale dall’altra.

Il ventesimo secolo, noto come il “secolo americano”, si chiudeva con una schiacciante vittoria degli Stati Uniti contro il nemico storico e il mondo entrava quindi in una nuova fase, dominata da un’unica superpotenza e sostanzialmente da un unico modello economico.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e della relativa zona di influenza, centinaia di milioni di lavoratori entravano nel mercato del lavoro globale, decine di paesi si aprivano sia per ricevere prodotti dall’estero sia per esportare merci e materie prime, il tutto all’insegna di una globalizzazione sempre più spinta, soprattutto in ambito finanziario.

Proprio mentre l’Unione Sovietica si disintegrava, diventava macroscopicamente evidente un altro processo di enorme importanza, ovvero il decollo economico della Cina. A partire dalle riforme introdotte da Deng Xiao Ping nel 1978, nell’arco di trent’anni la Cina si era trasformata da paese prevalentemente agricolo a fabbrica del mondo. L’intensa crescita economica – che dal 1992 al 2016 oscilla tra il 6% e il 15% – inevitabilmente solleva la questione della sua crescente potenza. Una potenza che si proietta soprattutto economicamente – con un numero maggiore di accordi bilaterali soprattutto in Africa e in America Latina – ma che inevitabilmente inizia ad assumere anche una dimensione politica e militare. Con la crescita della Cina – e, in misura minore, di Brasile, Russia, India e Sud Africa, i cosiddetti BRICS – si inizia anche a parlare di possibile fine del “secolo americano” e, comunque, di declino americano. Anche chi ritiene che l’egemonia statunitense durerà probabilmente ancora numerosi decenni, come Joseph Nye nel suo recente libro Fine del secolo americano?, non può però non porsi il problema di quale sarà il nuovo assetto mondiale a regime. Andiamo forse verso alcune grandi zone di influenza in concorrenza tra di loro per le risorse del pianeta, un mondo multipolare? O la Cina alla lunga emergerà effettivamente come nuova superpotenza al posto degli Stati Uniti? Negli ultimi cento anni, ogni cambio di assetto a livello mondiale ha prodotto devastanti guerre mondiali: questa volta riusciremo a evitare traumi di quella magnitudo? Che cosa si può fare concretamente – a vari livelli – per mitigare il rischio che scoppi una guerra per l’egemonia mondiale?

Per l’Europa la situazione è particolarmente difficile. Non solo per la crisi sempre più evidente dell’Unione Europea – scossa dalle fondamenta dalle contraddizioni dell’euro, dalle conseguenze del referendum sulla Brexit del Regno Unito, dalla crisi dei migranti – ma anche per la situazione ai suoi confini. Dall’Ucraina a est alla Libia a sud, passando per il Medio Oriente, l’Europa confina con guerre civili più o meno aperte (Ucraina), autoritarismi (Turchia), guerre spaventose (Siria), conflitti storici ormai incancreniti (Israele-Palestina), dittature (Egitto) e Stati falliti (Libia). Cinquemila chilometri di conflitti con alle spalle una seconda cerchia di situazioni di crisi – Mali, Sudan, Etiopia, Eritrea, Somalia, Yemen, Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, Pakistan – tutte terre da cui partono i disperati che provano a raggiungere l’Europa con ogni mezzo.

Il tutto nel contesto di una rinnovata tensione tra Stati Uniti e la Russia di Putin. Dimenticato, infatti, il disgelo di inizio secolo, quando Putin incontrava George W. Bush nel suo ranch e si parlava persino di un possibile ingresso della Russia nella NATO, ora la Russia è tornata a essere – se non il nemico dei tempi della guerra fredda – certamente un avversario importante105. L’Europa, e in particolare la Germania (ma con un ruolo non trascurabile anche dell’Italia), dopo essere stata tentata da un asse politico commerciale che, includendo la Russia, poteva arrivare fin sulle sponde del mar del Giappone (magari comprendendo, a certe condizioni, anche la Cina), si scontra ora – come non era difficile aspettarsi106 – contro un nuovo Muro, collocato mille chilometri più a Est di quello di Berlino (nonostante le rassicurazioni americane che ciò non sarebbe mai successo107), rafforzato dalle sanzioni contro la Russia per la vicenda Ucraina e da un progressivo riarmamento della NATO. Il risultato è stato finora un rimbalzo sull’Atlantico, un consolidarsi dell’integrazione tra Stati Uniti ed Europa108 che sembra prefigurare una delle zolle geopolitiche verso cui pare avviarsi l’organizzazione del mondo sotto la spinta congiunta di forze politiche, militari, economiche, culturali, climatiche e demografiche, anche se la recente elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti apre una fase di grande imprevedibilità.

Infine ci sono le tensioni che attraversano i paesi a prevalenza musulmana, in particolare nel Nord Africa e nel Medio Oriente, situazioni complesse, caratterizzate da specificità nazionali molto forti, quindi difficili da ricondurre a un minimo comun denominatore che non sia, da una parte, l’ombra lunga del passato coloniale e, dall’altra, le ancora forti ingerenze dei paesi occidentali, come evidenziato dal tragico caso della Libia. Tensioni che contribuiscono a creare un terreno favorevole a fenomeni come Al Qaeda e ISIS, con propaggini terroristiche anche sul suolo europeo.

In questo scenario – è importante rimarcarlo – non c’è nulla di inevitabile. Ci sono certamente delle tendenze di fondo, dettate dalle forze in campo, dalla situazione socio economica e da chi è attualmente al potere nei principali paesi, ma nessun destino ineluttabile. La sfida geopolitica è, quindi, quella di immaginare e studiare i pro e i contro delle tendenze in atto e le alternative possibili, con l’obiettivo assolutamente primario di promuovere la pace.

Tratto da J.C. De Martin, "Università futura - tra democrazia e bit", Codice Edizioni, 2017, pp. 35-38 (nell'originale sono presenti le note al testo qui sopra riportato); il volume, oltre che regolarmente acquistabile, è anche scaricabile con licenza Creative Commons da questo sito.

6 Novembre 2019

Due anni fa a quest’ora eravamo alla vigilia del Festival della Tecnologia, il cui sottotitolo era: "Tecnologia e/è umanità”. Il 7 novembre 2019, infatti, avremmo inaugurato la grande festa per i 160 anni del Politecnico con una lectio magistralis del grandissimo Joseph E. Stiglitz, a cui sarebbero seguiti 3 giorni intensissimi di incontri (circa 160), spettacoli, mostre, concerti, laboratori per bambini, ecc. , organizzati insieme a decine di partner.

In quel 6 novembre 2019 non eravamo affatto sicuri che il grande pubblico (a partire dai nostri studenti) sarebbe stato attratto da un tema come tecnologia e società... Sarebbero venuti? Anche il sabato e la domenica mattina? Ovviamente speravamo di sì, ma non ne eravamo affatto sicuri. Abbiamo quindi rischiato.

La risposta del pubblico alla nostra proposta fu nientemeno che eccezionale. Commovente. 50.000 persone di tutti i tipi (tra cui migliaia di nostri studenti), infatti, varcarono la soglia del Politecnico per affollare gli incontri del Festival, moltissimi dei quali tutti esauriti.

Un successo così emozionante, quello del Festival della Tecnologia, da indurre tutti a chiedere al Politecnico di farlo diventare un appuntamento ricorrente. Nasceva così Biennale Tecnologia, la manifestazione sorella di Biennale Democrazia (nata nel 2009), con cui si sarebbe alternata negli anni pari mantenendo lo stesso sottotitolo del Festival, ovvero: "Tecnologia e/è umanità".

La prima edizione di Biennale Tecnologia la tenemmo - ahimé, tutta online - un anno fa e ora siamo già al lavoro con l'amico Luca De Biase per la seconda edizione, che si terrà a metà novembre 2022.

Ma tutto nacque da quella scommessa vinta due anni fa, che dimostrò come nel pubblico ci fosse un’enorme richiesta insoddisfatta di ragionamenti accessibili, ma seri sul rapporto tra tecnologia e società, tecnologia e ambiente, tecnologia e vita personale, tecnologia e arte, ecc.

Un’esperienza memorabile, quella del Festival della Tecnologia del 2019, ben catturata da questo breve video:



Un’esperienza che speriamo di replicare, con pari entusiasmo e con successo se possibile ancora maggiore, tra un anno esatto.

LE MACCHINE DIGITALI MI INTERESSANO*


(Dedicato a Philippe)


Gli umani agiscono.

Alcune delle loro azioni – come parlare, cantare, ballare, ecc. – non lasciano alcun artefatto materiale.

Alcune delle loro azioni modellano atomi per portare in esistenza cose belle.

Alcune delle loro azioni modellano atomi per portare in esistenza cose che aiutano gli umani nella loro relazione col mondo spirituale.

Alcune delle loro azioni modellano atomi per portare in esistenza cose utili.

Tra le cose utili ci sono le macchine digitali.

Le macchine digitali sono sempre più coinvolte sia nelle azioni umane che non producono artefatti, sia nelle azioni umane che portano in esistenza cose belle, spirituali e utili.

Le macchine digitali sono sempre più incorporate in cose belle, spirituali e utili, ibridandole, trasformandole in cyborg-cose.

Le macchine digitali sono sempre più fisicamente attaccate ai corpi degli umani, monitorando il loro stato organico e l'ambiente in cui sono immerse, influenzando il comportamento umano.

Le macchine digitali modellano – come altre tecnologie in passato, ma probabilmente con più pervasività e più intimità – ciò che gli esseri umani percepiscono, pensano e sentono.

Le macchine digitali stanno sempre più mediando il rapporto tra ogni essere umano e il resto del mondo.

Le macchine digitali, per la maggior parte, non sono governate collettivamente: la maggior parte degli umani, infatti, si limita ad utilizzare (e viene utilizzata) da macchine progettate e controllate da pochi.
Gli stessi pochi che possiedono e utilizzano le macchine digitali più potenti sulla Terra.
Gli stessi pochi che utilizzano, e spesso possiedono, i dati prodotti dai molti.

Come nascono le macchine digitali mi interessa. Chi decide di produrle, chi le progetta, quali elementi sono coinvolti nella produzione, chi produce tali elementi e in quali condizioni, chi fisicamente costruisce, trasporta, vende e ripara macchine digitali, e in quali condizioni, mi interessa.

Quello che succede quando le macchine digitali smettono di essere utili mi interessa.

Quello che fanno le macchine digitali mi interessa. Quello che fanno, ma anche come, perché, a che prezzo, per chi, contro chi lo fanno mi interessa.

Quello che gli umani fanno con le macchine digitali mi interessa. Perché, come, a quali condizioni, con quali conseguenze fanno quel che fanno mi interessa. Quello che gli umani vorrebbero fare con le macchine digitali, ma al momento non possono, mi interessa in modo particolare.

Quello che potrebbero fare le macchine digitali mi interessa moltissimo. Quello che le macchine digitali potrebbero fare diversamente, o non fare affatto. Quello che le macchine digitali non hanno mai fatto, ma che potrebbero fare – almeno in linea di principio – per l'umanità e il pianeta.


* Questo testo è anche apparso su "Il Sole 24 ore" di domenica 10 ottobre 2021, p. 14, col titolo: "Macchine digitali ubique: come contribuiscono al domani"..

DIGITAL MACHINES INTEREST ME


(For Philippe)


Humans act.

Some of their actions – like talking, singing, dancing, etc. – leave no material artifact behind.

Some of their actions shape atoms to bring into existence things of beauty.

Some of their actions shape atoms to bring into existence things that assist humans in their relationship with the spiritual domain.

Some of their actions shape atoms to bring into existence useful things.

Among the useful things are digital machines.

Digital machines are increasingly involved both in the non-artifact producing actions of humans and in the human actions that bring into existence the beautiful, the spiritual and the useful things.

Digital machines are more and more embedded in beautiful, spiritual and useful things, hybridizing them, tranforming them into cyborg-things.

Digital machines are more and more physically attached to the bodies of humans, monitoring their organic state and the environment in which they are immersed, influencing human behavior.

Digital machines shape – like other technologies in the past, but arguably with more pervasiveness and more intimacy – what humans sense, think and feel.

Digital machines are more and more intermediating the relationship between each human and the rest of the world.

Digital machines are, for the most part, not collectively governed: most humans, in fact, just use (and are used) by machines designed and controlled by a few.
The very same few who own and use the most powerful digital machines on Earth.
The very same few who use, and often own, the data produced by the many.

How digital machines come into existence interests me. Who decides to produce them, who designs them, what elements are involved in the production, who produces such elements and in which conditions, who physically builds, ships, sells and repairs digital machines, and in which conditions, interest me.

What happens to digital machines when they stop being useful interests me.

What digital machines do interests me. What they do – but also: how, why, at what cost, for whom, against whom digital machines do what they do interests me.

What humans do with digital machines interests me. Why, how, under which conditions, with what consequences humans do what they do interests me. What humans would like to do with digital machines - but physically cannot do - is of particular interest to me.

What digital machines could do interests me perhaps even more. What digital machines could do differently – or not at all. What digital machines never did but could – in principle – do for humanity and the planet.

Turin, 22 September 2021. The Italian version was published by the national newspaper "Il Sole 24 Ore" on 10 October 2021, page 14.

La necessità di capire tempi difficili

Articolo originariamente apparso su "Corriere Torino" del 5 giugno 2021 (pp. 1 e 5).

Cercare di capire un avvenimento storico complesso mentre quest’ultimo è ancora in corso è un’impresa tanto folle quanto necessaria. Folle perché una comprensione ben fondata si inizia a solidificare solo a distanza di anni, se non di decenni; la ricerca – medica, storica, economica, sociologica, ecc. – ha i suoi tempi, infatti, che non possono essere forzati. Allo stesso tempo, però, cercare di capire un uragano ad uragano ancora in corso è impresa necessaria: sia i singoli, sia le collettività, infatti, hanno un enorme bisogno di capire e di orientarsi: che cosa sta succedendo? Quanto durerà? Che cosa dobbiamo fare nell’immediato? Come proteggere i più deboli? Quali lezioni trarre per il futuro? Anche se si è consapevoli che molti aspetti del fenomeno sono ancora sconosciuti, è inevitabile provare ad articolare qualche prima risposta.

Nel caso di una pandemia, come COVID-19, tutto questo è vero al massimo grado. Rispetto ad altre emergenze, infatti, come per esempio terremoti o uragani, le pandemie sono fenomeni che oltre ad essere temporalmente molto più dilatati (si misurano in anni, come stiamo purtroppo imparando), sono anche decisamente più complessi, un intreccio di elementi naturali, sociali, politici, psicologici, tecnologici, economici e persino culturali. Un po’ folle sperare di orientarsi in tempo reale, ma allo stesso tempo anche assolutamente necessario. E’ quello che ha provato a fare il Politecnico con l’iniziativa “Tempi difficili”, una serie di undici incontri che ha debuttato il 13 marzo scorso e che si conclude oggi alle 16 con un dibattito, coordinato da Luca De Biase, che coinvolgerà il Ministro Enrico Giovannini, l’economista Elena Granaglia e il coordinatore del Forum Diseguaglianze e Diversità Fabrizio Barca.

Con “Tempi difficili” il Politecnico ha offerto in primis ai suoi studenti e poi a tutti gli interessati l’occasione per concentrarsi – al di là del clamore della quotidianità – su quello che stiamo vivendo. E l’ha fatto chiamando non solo alcuni tra i massimi esperti di pandemie e vaccini come Paolo Vineis e Rino Rappuoli, ma anche una giornalista come Anna Masera, che ha ricostruito il primo anno di pandemia, un esperto di geopolitica e di complessità come Pier Luigi Fagan che ci ha fatto capire in quale congiuntura storica e sociale sia esplosa la COVID-19, uno storico delle pandemie come Guido Alfani, una grande esperta di sanità pubblica come Nerina Dirindin, uno studioso di digitale e società come il sottoscritto che ha provato ad analizzare la grande migrazione online provocata dal coronavirus, un noto economista come Cristiano Antonelli che ha analizzato lo stato dell’economia dopo un anno di crisi e un filosofo come Enrico Donaggio, che ha aiutato a mettere a fuoco i concetti più adatti per pensare alla pandemia.

Un percorso interdisciplinare, arricchito da suggerimenti per ulteriori approfondimenti e liberamente fruibile online, che ha riscosso un notevole successo anche al di fuori della comunità accademica del Politecnico: sono, infatti, già più di ventiquattromila gli spettatori, in diretta o in differita, di “Tempi difficili”. La conferma che, nonostante la follia dell’impresa, era comunque opportuno, anzi, necessario, provare a dare un senso ai nostri pensieri, ai nostri sacrifici, alle nostre azioni. Naturalmente molto resta ancora da approfondire e da capire, e da questo punto di vista potrebbe davvero valer la pena, magari unendo le forze coi colleghi dell’Università di Torino, organizzare “Tempi difficili 2”, ma intanto il Politecnico – sentendo una responsabilità civile oltre che educativa – ha provato a dare un primo contributo.


Articolo originariamente apparso su "Corriere Torino" del 5 giugno 2021 (pp. 1 e 5).

Missione: social media responsabili

Testo originariamente apparso su "La Stampa" del 13 gennaio 2021 (pp. 22-23 dell'edizione cartacea e questa pagina del sito del quotidiano).

Inevitabilmente - e giustamente - si discute della rimozione dai social media di quello che per qualche giorno è ancora il Presidente degli Stati Uniti, ovvero, l'uomo più potente del mondo. Ma la discussione, pur doverosa, non deve farci perdere di vista il problema complessivo. In altre parole, al di là del singolo albero della rimozione di Trump, come è fatta la foresta?

La foresta, ovvero, la situazione attuale dei social media, è costituita da poche, enormi imprese private che, offrendo piattaforme semplici da usare e di elevate prestazioni, hanno creato i più grandi spazi di comunicazione della storia dell'umanità.

In proposito, il primo punto fondamentale da capire è che la natura privata delle piattaforme non esclude affatto la possibilità di regolarne i comportamenti. Così come, per esempio, un ristorante non può rifiutare di servire una persona a seconda del genere o del colore della pelle (e di esempi analoghi ne potremmo elencare molti altri), analogamente le piattaforme possono essere soggette a norme specifiche, come la “Legge per migliorare l'applicazione della legge sui social network” tedesca del 2017 o le recentissime proposte europee, "Digital Services Act" e "Digital Market Act".

Il secondo punto da tenere ben presente è che, contrariamente a quello che si sente dire spesso in queste ore, negli spazi online delle piattaforme non passa qualsiasi cosa. Da anni, infatti, le imprese di 'social media' hanno creato al loro interno complesse macchine di moderazione dei contenuti, che usano sia algoritmi, sia moltissimi lavoratori umani con l'obiettivo di offrire agli utenti ciò che si suppone essi vogliano trovare, in modo che passino il più tempo possibile sulle piattaforme stesse. Quindi tendenzialmente no, per esempio, alla pornografia e anche, in alcuni casi, a immagini di donne che allattano o persino a celeberrime opere d'arte che ritraggono il corpo umano in modo esplicito. Col tempo le proibizioni si sono estese - a volte per iniziativa delle piattaforme, a volte per pressione esterna - e quindi no, per esempio, anche a contenuti legati al terrorismo e alle persecuzioni etniche. Infine di recente l'attenzione si è concentrata sulle assai controverse categorie delle "notizie false" e dell'"odio online".

Infine, il terzo punto è che a questa moderazione dei contenuti effettuata da attori privati si affianca - e non potrebbe essere altrimenti - la legge dello Stato, che proibisce la diffamazione, l'incitazione alla violenza, il procurato allarme e altri reati. Ci si può legittimamente interrogare su come rendere più incisivo e veloce il braccio della Giustizia, ma la legge online c'è e si sente, come dimostrano le ormai molte sentenze per reati commessi online.

Chiariti questi punti chiave, i principali pronblemi che vedo sono tre.

Il primo problema è la mancanza di trasparenza. Ogni mese le piattaforme bloccano, escludono, cancellano, rendono poco visibili milioni di utenti, pagine, gruppi, ecc., ma nessuno - a parte loro - ha un quadro completo di queste iniziative: chi è stato bloccato o oscurato? Per quali motivi? Per quanto tempo? Con quali effetti? Più in generale, quali sono di preciso le loro regole di moderazione? Non si sa.

Il secondo problema è la mancanza di "accountability". A chi rispondono le piattaforme per loro scelte, grandi e piccole? E' accettabile che le piattaforme, oltre ad applicare regole spesso opache e variabili, tendenzialmente ancora non garantiscano a tutti gli utenti modalità rapide, eque e trasparenti per appellare le loro decisioni, indipendentemente dal fatto che riguardino Donald Trump o il Sig. Mario Rossi?

Infine, il terzo problema, inesorabilmente legato ai primi due: l'estrema concentrazione di potere (economico, civile, politico) delle piattaforme. Un pugno di uomini residenti negli Stati Uniti prende decisioni - non di rado opportunistiche - che riguardano la sfera comunicativa di miliardi di persone. Giuste o sbagliate che siano le loro decisioni, ci va bene così? La concentrazione tra l'altro implica l'assenza di alternative: se non piacciono i "termini di servizio" di Facebook o Twitter, infatti, l'unica alternativa è "scegliere" di rimanere esclusi dai luoghi dove buona parte dell'umanità si informa e si confronta.

Che cosa fare? A mio avviso occorre procedere simultaneamente in due direzioni.

La prima è ridurre radicalmente la concentrazione di potere del mondo digitale, come si sta discutendo - anche se ancora abbastanza timidamente - sia in Europa, sia negli USA, contemplando anche opzioni pubbliche, come fece l'Europa dopo il nazismo e il fascismo con l'istituzione di robuste televisioni pubbliche. Concentrazione di potere che, lo diciamo di passaggio, ha impatto non solo sul mondo della comunicazione, ma anche su quali applicazioni possiamo installare (Apple e Google), a chi fornire servizi cloud (Amazon e pochi altri) e se elaborare o meno pagamenti verso determinate persone o entità (Visa e Mastercard).

La seconda direzione è pretendere fin da subito, se necessario per legge, che le piattaforme rispettino alcuni sacrosanti principi di trasparenza e 'accountability', come per esempio i Principi di Santa Clara del 2019. In attesa della riduzione della concentrazione, intanto almeno si ridurrebbe il livello di opacità e di arbitrarietà di spazi che ormai – piaccia o non piaccia – sono un'infrastruttura essenziale delle nostre democrazie.

Testo originariamente apparso su "La Stampa" del 13 gennaio 2021 (pp. 22-23 dell'edizione cartacea e questa pagina del sito del quotidiano).

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